Gian Paolo Ormezzano autore di “Non dite a mia mamma che faccio il giornalista sportivo (lei mi crede scippatore di vecchiette)”

Di Sara Sbaffi

Intervista a Gian Paolo Ormezzano, autore del libro “Non dite a mia mamma che faccio il giornalista sportivo (lei mi crede scippatore di vecchiette)” edito da Limina. Giornalista di “Tuttosport” dal 1953 al 1979 diventandone anche direttore nel 1974, è poi passato a “La Stampa” come inviato speciale. Ha coperto 24 Olimpiadi, seguito 28 Giri d’Italia e 12 Tour de France, oltre a Mondiali di calcio, atletica e Formula 1. Ha raccontato quasi 50 anni di sport. Il libro è una sorta di autobiografia tra l’ironico e il dissacrante.

Come le è venuto in mente questo titolo a dir poco curioso?

Un pubblicitario francese tempo fa ha pubblicato un libro dal titolo “Non dite a mia mamma che lavoro nella pubblicità lei mi crede pianista in un bordello”, ed io ho cercato l’equivalente del pianista di bordello e avevo optato per terrorista di Al Qaeda ma l’editore ha avuto una legittima paura. Questo titolo nasce soprattutto da un colloquio con Dino Zoff. Da me beatificato, è proprio il caso di dirlo, visto che scrivevo per Famiglia Cristiana, il terzo giornale della mia vita dopo Tuttosport e La Stampa. Zoff mi ringraziò perché dopo il mio articolo suo padre, che leggeva solo Famiglia Cristiana e L’Unità, capì il suo lavoro. Prima lo credeva un criminale, un delinquente perché da contadino friulano non si capacitava di come il figlio potesse guadagnare tanto impedendo a una palla di superare una certa linea tracciata col gesso su un prato. Ed è un po’ quello che è successo anche a mia mamma, quando da giornalista sportivo di Tuttosport sono andato a La Stampa, che per i torinesi è sacro. Da quel momento per lei sono cominciato ad essere un giornalista serio, però prima credeva veramente che rubassi i soldi da qualche parte.

Perché il giornalismo sportivo spesso è considerato di Serie B o comunque minore rispetto alle altre forme di giornalismo?

Lo è stato a lungo. Siamo stati sdoganati da Gianni Brera, eccezionale scrittore, studioso dei problemi dello sport e non solo, lo chiamavano il nuovo Gadda della lingua italiana, ha fatto il giornalista sportivo però scrivendo da letterato, ci ha fatto entrare nei salotti. Da allora i giornalisti sportivi sono arrivati in alto, come Giorgio Fattori diventato direttore de La Stampa, Antonio Ghirelli direttore del Tg2, Gino Palumbo della Gazzetta dello Sport ha rifiutato la direzione del Corriere della Sera. Adesso siamo quasi persone per bene, siamo quasi rispettati!

Nel libro afferma che per fare il giornalista sportivo bisogna essere stati prima sportivi praticanti, dando ragione a Moggi 

Moggi mi disse una volta che per seguire il calcio bisogna essere stati calciatori. Io gli risposi che per seguire l’equitazione bisogna essere stati cavallo. Certo, sarebbe comunque meglio aver sudato nello sport e aver conosciuto le sue regole.

Ci può spiegare la tripartizione del giornalismo sportivo: eroico, erotico e pornografico? C’è il periodo dell’amore in cui i cantori amavano lo sport nella sua totalità; poi c’è stato il periodo dell’erotismo, rappresentato da Gianni Brera; e ora ci troviamo nell’età della pornografia, con una volgarizzazione e uno sport da vetrina.

La fase dell’amore corrisponde all’inizio del secolo, con gli inventori delle grandi manifestazioni sportive, come il Tour de France, Giro d’Italia, Mille Miglia, Coppa Europea delle Nazioni, Coppa del Mondo di sci. Forse erano un po’ sgrammaticati, non erano iscritti al “club del congiuntivo”, ma amavano il lavoro che facevano. Poi c’è stata l’evoluzione dall’amore all’erotismo con Gianni Brera, fino ad arrivare alla pornografia. Che è lo sport estremo, ricco, e noi seduti sempre più in poltrona che allo stadio ad assistervi. In questo modo ci identifichiamo perfettamente con gli spettatori di uno show pornografico. Vediamo cose che vorremmo fare noi, ma non ci riusciremo mai. La pornografia è evidenziata graficamente dai “titolacci” dei giornali che esentano dal leggere l’articolo, tanto non può dirmi di più; e dalla tecnologia, che adesso ci permette anche di andare negli spogliatoi, nell’intimo dell’atleta.

Secondo lei c’è un rimedio?

No, non c’è nessun rimedio, perché non stiamo parlando di qualcosa di negativo. Io non ho nessuna prima pietra da scagliare, anche perché io stesso ho contribuito al degrado di cui sto parlando. Non sono senza peccato. Non rimedio, ma evoluzione. Però alla fine io la mia soluzione l’ho già trovata: all’età di sessant’anni mi sono rimesso in mutande e ricominciato la mia vita d’atleta.

Sta parlando della maratona di New York…

Ecco, brava. Mi fa piacere che lo sa. Ho corso la maratona di New York in cinque ore e un quarto. Come Fantozzi. Poi a sessantatrè ho fatto quella di Torino. Ci sono questi rimedi. Lei prima ha detto che ho seguito 24 Olimpiadi, ma in realtà io ho cazzeggiato, ho fatto la “comare”. Darei tutto per averne fatta una da atleta. L’Olimpiade tra poco sarà fatta sotto il tendone del “Truman Show”.

Il suo libro è diviso in due parti. La prima tratta del suo approdo nella professione. Nella seconda si racconta attraverso le sue amicizie illustri. Era un giornalismo diverso da quello di adesso. Questi rapporti umani oggi sono più difficili da trovare, perché ci sono molte più figure intermedie, come procuratori e manager.

Nessuno crede che io andassi a parlare con gli atleti direttamente nello spogliatoio subito dopo la partita. Adesso chattano, con questo algido teleschermo. Oppure lasciano le dichiarazioni alle conferenze stampa, con ventimila giornalisti per sei secondi. Io sono stato due ore da solo con Cassius Clay, poi Muhammad Alì. Nessuno può ancora crederci. Quando era alla Juventus, ho avuto la possibilità di passare tutta la mattinata con Zlatan Ibrahimovic. Una conversazione in inglese, e io gli chiesi come mai fosse così gentile, mentre tutti i miei colleghi lo dipingessero come uno scorbutico. Lui mi rispose che gli faceva piacere parlare in quel momento.

Com’è il suo rapporto con il computer?

Il computer è entrato nella mia vita come una specie di “passaggio dosato”. A cominciare dalla mitica Lettera 22, alla macchina da scrivere elettronica, al computer. Io vado avanti a forza di preghiere, di riti propiziatori con i computer. Lo odio, ma mi rendo conto che devo subirlo.

La direzione di “Tuttosport” è stata quasi un incubo per lei. Scrive: “Il peggior periodo professionale della mia vita. Un lavoro che non era il mio, visto che non so comandare”.

Io sono la creatura più inadatta a fare il direttore di giornale. Incapace di dare ordini, di mettersi sotto le luci. Pensate che quando c’erano i grandi avvenimenti, restavo in sede.

Lei ha vinto la “Lotteria del Lavoro”, come l’ha definita nel libro. Il suo biglietto vincente è stata, purtroppo, la morte di Fausto Coppi.

Il primo gennaio del 1960, quando si sapeva che stava molto male, nessuno voleva andare all’ospedale perché era Capodanno e perché faceva molto freddo. Mi spedirono là, convinti che fosse solo un’influenza, ce n’aveva sempre una. Invece fu un reportage che mi rese importante come firma. Perché Coppi mi fece il “regalo” di morire. Con la figlia Marina ho un sodalizio molto affettuoso e reciproca stima, e le dissi che se suo padre avesse avuto davvero l’influenza, io sarei stato fregato. Magari ora non sarei giornalista sportivo, ma venditore di acciughe. Sicuramente avrei guadagnato molto di più.

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