Nicola Roggero, autore del libro “L’importante è perdere”

Di Sara Sbaffi

Intervista a Nicola Roggero autore del libro “L’importante è perdere” edito da FBE Edizioni

Roggero è un giornalista di Sky, ha seguito i principali avvenimenti sportivi, dalle Olimpiadi ai mondiali di calcio a quelli di atletica leggera. Specializzato nelle telecronache di calcio inglese, atletica e football americano.

Sostenere che l’importante è perdere può sembrare un paradosso?

R: È un paradosso perché nello sport l’obiettivo è vincere. Però questo titolo nasce in contrapposizione a quelli che dicono l’importante è vincere: nello sport c’è un obiettivo che è quello della vittoria, quando invece si dice che l’importante è vincere si da l’idea che non importa come deve essere ottenuta la vittoria, costi quel che costi. Invece no, ci sono costi che non possono essere pagati, non bisogna farsi condizionare troppo dagli albi d’oro. Bisogna verificare anche come sono arrivate queste vittorie o come sono arrivate delle sconfitte che a volte valgono anche di più.

Nel libro troviamo venti storie di sportivi accomunate dallo stesso filo conduttore: la voglia di fare e di vincere, la motivazione può essere messa alla base di questo libro?

R: Sì, anche se non sono solo storie di sconfitti, ma di grandissimi campioni che hanno vinto tanto in carriera soltanto che vengono raffigurati in un momento particolare, quando cioè non era la vittoria o la sconfitta la cosa principale. Storie che si incrociano, come quella di Elena Meyer e Derartu Tulu. Alla fine non ci si chiede come sia finita la gara ma chi erano i protagonisti.

Come ti è nata l’idea di affrontare questo tema, grandi uomini che hanno lasciato il segno senza vincere?

R: È una storia lunga, la mia passione per lo sport nasce fin da quando ero bambino. Ben presto ho capito che non bisogna farsi incatenare dalla logica del risultato, ma guardare anche dentro gli uomini, cercando di capirli studiando le loro storie, e alla fine ho trovato sempre molto più esaltante questo aspetto rispetto a quello più cinico del mero risultato. Per esempio la grande Olanda degli anni 70 è ricordata da tutti ma è una squadra che non ha mai vinto il Mondiale perché incontrò la Germania nel 1974 e l’Argentina nel 1978, però per tutti quell’Olanda è stata la più grande squadra che c’era in quegli anni. Il modello deve essere questo.

Lo sport si lega anche alla vita sociale e civile di un paese, alla storia stessa di una nazione, quindi la vittoria a volte possiamo intenderla proprio a livello umano?

R: Tommie Smith e John Carlos sono due poster di un’epoca, il loro gesto è rimasto come qualcosa di clamoroso al di là della loro impresa in pista, quella sera Tommie Smith realizzò addirittura il primato del mondo e ci volle Mennea undici anni dopo per batterlo. Lo sport ha sempre anticipato anche la società civile, in America Jackie Robinson nel baseball iniziò a giocare tra i professionisti nel 1947, un’epoca in cui i neri non avevano i diritti civili e i New York Mets con grande coraggio ingaggiarono Robinson sfidando le altre squadre della lega e sfidando il pubblico che era ostile, Robinson con grande coraggio accettò questa sfida riuscendo a non cadere nelle provocazioni. Mandela stesso è un uomo che ha detto che lo sport ha la forza di spostare le barriere e cambiare il mondo, è stato il primo a crederci quando nei comizi si presentava con il cappellino degli Springboks, la nazionale sudafricana di rugby e l’emblema dell’apartheid, il rugby era lo sport dei bianchi, lui invece capì che proprio l’avventura della nazionale sudafricana ai mondiali del 1995 poteva significare qualcosa che avrebbe unito la Nazione e aveva ragione, non solo perché vinsero ma perché poi si è instaurato un processo che ha fatto in modo di unire il popolo sudafricano. Francois Pinaar, il capitano, raccolse questa sfida e il gigante bianco trovò ispirazione da questo piccolo uomo di colore che ne aveva passate tante per affermare le libertà della sua gente.

Dietro un grande atleta c’è sempre un grande uomo?

R: Sì, soprattutto nello sport che ha delle regole molto ferree in cui è difficile sgarrare e fa in modo che poi sia arduo trovare degli alibi. Si imparano parecchie cose come il rispetto di sé stessi e degli avversari. I rivali sono quasi sempre persone che fanno la tua stessa fatica, i tuoi stessi sforzi e ha i tuoi stessi sogni e di conseguenza è difficile non essere amico di qualcuno che condivide i tuoi stessi valori.

Ma è più difficile vincere o saper perdere?

R: Sono difficili entrambe le cose. Per vincere bisogna ovviamente primeggiare, specialmente in discipline come l’atletica in cui la concorrenza è totale perché anche paesi molto poveri, che magari sono esclusi da altri sport, possono gareggiare e penso alla Giamaica degli sprinter o all’Etiopia e al Kenia dei mezzofondisti, bisogna veramente battere tutto il resto del mondo ed è veramente difficile vincere. Però saper perdere non è cosa facile, bisogna accettare il risultato e che qualcuno è più forte o se vogliamo più fortunato. È importante accettare il verdetto del campo con serenità  e se possibile senza recriminazioni.

C’è una storia a cui sei maggiormente legato tra tutte quelle che racconti?

Quella di Smith e Carlos. Per me Smith è un idolo assoluto. Ma anche Josè Manuel Fuente e Luis  Ocana nel ciclismo o Bjorn Dahlie che aspettò il rivale keniano sul traguardo. Mi piace molto parlare di un grande personaggio come Gareth Edwards mediano di mischia degli anni 1970 del Galles, il più forte giocatore gallese di ogni tempo ed una volta ho avuto anche la possibilità di intervistarlo e in poche battute mi ha insegnato cos’è la filosofia dello sport e della vita. Cito soltanto una sua battuta quando io gli chiesi cosa gli aveva lasciato di tutte le sue conquiste lo sport lui rispose: niente in particolare di quello che è successo sul campo, la cosa più bella è che oggi quando vado in giro per il mondo ho sempre un amico disposto ad aprirmi la sua porta. E secondo me questo identifica la grandezza di un uomo ancora prima che un campione.

Grazie mille a Nicola Roggero

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