“Il battito nelle corde. Dai campi di tennis a quelli di concentramento e ritorno” di Alessandro Mischi

Di Flavio Grisoli

Una rete. Che sia di corda o di filo spinato, poco importa. Non fa molta differenza. Entrambe rappresentano una divisione, un ostacolo. Fra due popoli (o fra un popolo e un mondo), o fra due atleti, che devono combattersi per sopravvivere in un torneo. Lo sport è spesso atroce, non dà scampo, specialmente in un tabellone ad eliminazione diretta a Wimbledon, The Championship. Alessandro Mischi, giornalista, con “Il battito nelle corde – Dai campi da tennis a quelli di concentramento e ritorno” ci racconta tutto questo. La prigionia di un giovane tennista ligure, Patrizio Degli Uberti, nel campo di Chemnitz, nella Sassonia orientale a pochi chilometri di distanza dalla Cecoslovacchia. Poi la fuga, e l’uccisione dell’unica guardia della Wehrmacht che gli aveva mostrato un po’ di umanità. Il rumore della baionetta che si conficca nello sterno del giovanissimo tedesco, quello “stock”, non abbandonerà mai Patrizio. Neanche quando tornerà a casa, trovando tutta la sua vita da ricostruire, senza più un familiare. Il vecchio circolo del tennis che frequentava notte e giorno, quel muro dove lui si allenava. Il rumore della pallina colpita dalla racchetta era identico a quello del petto del tedesco squarciato dal fucile. Era troppo per Patrizio. Solo l’amore di una nobildonna inglese, vedova di guerra, riuscirà a fargli ritrovare il sorriso, e la voglia di giocare nuovamente a tennis. Lei lo iscriverà a Wimbledon, il più importante torneo di tennis del mondo, e Patrizio troverà nel tempio dello sport che ha sempre amato più di ogni altra cosa al mondo, il modo di riconciliarsi con se stesso e con l’umanità intera. Il volume, edito da Albatros, scorre su due binari: il primo, relativo alla prigionia nel campo di concentramento, lessicalmente e sintatticamente immerge il lettore in un’atmosfera cupa, tetra, violenta. Le frasi sono secche, brevi, sincopate. Il momento di un respiro per volgere l’occhio all’immagine successiva, con un altro respiro. E così via. Il secondo coincide con il ritorno a casa, dove anche i colori sono diversi. Il verde delle colline, il mare della Liguria, opposti al grigio del cielo del continente, lentamente restituiscono al protagonista quell’umanità e quella freschezza della gioventù che la prigionia gli aveva negate. La sintassi si fa più articolata, ma il filo conduttore è sempre lo stesso, la lotta per sopravvivere. “Il mondo si fa da parte per far strada a chi sa dove sta andando”, recita Margaret, la nobildonna inglese, baciando Patrizio. Lei è il suo motore per ricominciare a vivere, per ricominciare a giocare a tennis. Il passo degli allenamenti del protagonista per prepararsi a Wimbledon fa sorridere, e ricorda i metodi spartani utilizzati da Rocky Balboa prima del match con Ivan Drago in “Rocky IV”, ma non c’è nulla di diverso. Il tennis, come la boxe, è uno sport all’ultimo sangue. Dove anche quando sembra tutto perduto un colpo, un colpo solo, può portarti dall’inferno al paradiso. Quel colpo, quello “stock”, Patrizio lo inflisse alla giovane recluta tedesca per tornare nel suo paradiso, nella sua terra, ma decise di non darne un altro dopo, un attimo prima di entrare nell’Olimpo.

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