“Il ritorno di Zeman” di Giuseppe Sansonna

Di Flavio Grisoli

“Due o tre cose che so di lui” di Giuseppe Sansonna, naturale prosecuzione di “Zemanlandia”, è un viaggio onirico, un’esperienza, un’epifania continua. Protagonista assoluto, lui. Ancora lui. Zdenek Zeman. Tornato dalla sua seconda, deludente, esperienza all’estero (alla Stella Rossa di Belgrado, la prima nel 1999-2000 al Fenerbahce), decide di accettare la proposta di Pasquale Casillo e Peppino Pavone di ricostruire quel “Foggia dei miracoli” che nei primi anni ’90 fece impazzire mezza Serie A. E Sansonna era lì, deciso a non farsi sfuggire il delirio collettivo che ha assalito i Satanelli appena saputo del ritorno del loro vecchio mentore. Dalla presentazione ufficiale in un teatro foggiano, l’Ariston, stracolmo di passione, al ritiro iniziato con un numero di ragazzini più consono ad una squadra di calcetto che di calcio, al campionato di Prima Divisione, che i nostalgici chiamano ancora C1: tutto si ripete, ieri come oggi. Dai regimi alimentari più che spartani, ai famosi gradoni, alle ripetute nei boschi e nei campi, per concludere con le partite notturne a scala 40 con gli stessi protagonisti di vent’anni prima. Stessa atmosfera, resa opaca dal fumo delle sigarette del boemo, che oggi come allora fuma con avidità, una dietro l’altra. Talvolta intonando motivetti strampalati che solo lui sa creare. Ma non tutto è come prima. Il calcio è cambiato, profondamente. E Zeman lo sa, soprattutto in una categoria come la Lega Pro. L’euforia, l’illusione, fa ben presto spazio al disincanto. Sansonna registra, e ciò che non si può descrivere a parole ce lo mostra con “Il ritorno di Zeman”, il film, trasposizione dell’opera letteraria. I primi piani sul volto solcato dalle rughe del tecnico praghese, che rendono quell’espressione serafica e sorniona ancora più affascinante, dirompente, disarmante. Il ghigno beffardo di Casillo che ha tentato di ricreare la magia, ma senza la forza della gioventù. Due uomini profondamente diversi, ma forse proprio per questo li lega un’amicizia e un affetto che vanno oltre. Come quando Zeman andò a prendere Casillo all’uscita di quest’ultimo dal carcere di Poggio Reale, nel 1994. Poi inizia un campionato altalenante, che il Foggia concluderà ai margini della zona play-off, fallendo di fatto la promozione in Serie B. La telecamera è lì, a bordo campo, dove a uno Zeman sempre silenzioso fa da contraltare la verace passione di Altamura, che vive la partita esternando le emozioni che il boemo tiene per sé. Neanche il “Pino Zaccheria”, la bolgia infernale che vent’anni prima faceva tremare le ginocchia ai supercampioni di Milan e Juventus, è più lo stesso. I ragazzi che facevano a cazzotti per gremire la curva sono i padri di quello sparuto gruppo di ultrà che hanno solo visto in cassetta quello che i loro genitori avevano provato sulla loro pelle. E non è la stessa cosa. C’è come un’alea di rassegnazione ad un passato che non vuole tornare. Ma Sansonna non vuole che tutto sia ristretto nell’algida fissità dei risultati, perché in fondo a Zeman sono sempre interessati relativamente. Per lui il calcio è un’idea. L’autore, pugliese di adozione (è nato ad Asti), intende mostrarci il lato umano del tecnico praghese, le sue parche emozioni, il suo essere uomo. Perché la passione, la voglia di insegnare, la rigida cocciutaggine di Zeman sono quelle di sempre. E’ cambiato tutto ciò che lo circonda. Ma lui non cambierà, non l’ha mai fatto. Figuriamoci adesso che ha 64 anni, ha pagato con l’esilio dal grande calcio la sua schiettezza e sta tentando di rientrarci dalla porta di servizio, al Pescara in Serie B dopo aver lasciato, ancora una volta, Foggia. Con la sincerità di sempre, con quelle sue frasi corte, nette, che arrivavano dritte al punto: “Non ho raggiunto l’obiettivo, e non credo di poterci riuscire il prossimo anno”. Nessuno gliene fece una colpa, perché in fondo sapevano sarebbe accaduto. Quel sogno di una notte di mezza estate al Teatro Ariston un anno prima era arrivato al mattino.

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