Intervista a Giuseppe Sansonna, autore de “Il ritorno di Zeman”

Di Sara Sbaffi

“Se cascasse il tetto sopra di noi, lui si sposterebbe e con lentezza si toglierebbe la polvere di dosso”, inizia così la conferenza sul libro più dvd “Il ritorno di Zeman”, alla fiera della piccola e media editoria, “Più libri più liberi”, di Roma.

A ricordare gli aneddoti più divertenti su Zemanlandia erano presenti l’autore Giuseppe Sansonna, Roberto Rambaudi attaccante del Foggia in A e della Lazio di Zdenek Zeman, Gigi Di Biagio nel Foggia e nella Roma sempre allenate dal boemo, infine il giornalista de “Il Fatto Quotidiano” Malcom Pagani. Sansonna nella doppia veste di autore del libro “Due o tre cose che so di lui. Un anno con Zeman” e regista dei due documentari che hanno sempre il tecnico per protagonista: il primo “Zemanlandia” con il Foggia in A degli anni Novanta e il secondo con il Foggia in Lega Pro della scorsa stagione, editi da Minimum Fax.

Sansonna ha realizzato quello che può essere considerato il sogno di molti bambini appassionati calcio, seguire Zeman e raccontarne la vita: “Mi sono divertito in entrambi i ruoli, credo che il trittico si completi in sé. La prima parte di Zemanlandia ripercorreva epicamente i fatti dei primi anni ’90 e si avvaleva molto dell’interazione comica tra Zeman e il presidente Casillo. Nel secondo documentario e nel libro ho avuto l’opportunità di raccontare da vicino il boemo, creando un rapporto umano forte con lui osservandolo nella sua quotidianità lavorativa. Dal punto di vista registico ho provato delle soluzioni particolari, come restituire il senso d’astrazione. Per esempio escludere il gioco in campo e focalizzarmi solo sul microcosmo della panchina e vedere l’interazione tra il Don Chisciotte ligneo e geometrico che è Zeman e il suo Sancho Panza che è Altamura che urlava, si sbracciava, esultava per i gol e bestemmiava per quelli subiti”. Ed è stato proprio Franco Altamura a far conoscere il tecnico praghese e l’autore del libro: “Sono stato molto fortunato. La chiave di volta è stata la sintonia umana che si è creata tra me, lui e i suoi vecchi amici. L’aver capito che io volevo raccontare la parte costruttiva di Zeman, non l’eroe da usare per riempire i titoli dei giornali”. Il regista scrittore racconta di come l’allenatore ceco e il suo fedele Altamura usassero appoggiare le sigarette sul bordo della panchina per poi scambiarsele ripetutamente fino ad avere poi dieci sigarette accese senza capire di chi fossero.

Giuseppe Sansonna è nato ad Asti da genitori originari di Canosa, ha vissuto a Bari ma ora è a Roma da anni, un girovago dell’Italia ed è diventato furbamente arbitro di calcio proprio per accedere alle tribune dello stadio “e vedere il microcosmo innescato da questa figura afona, con la folla che adorava questa persona silenziosa simile ad una divinità, che riportava i pugliesi sugli scudi nazionali non per motivi tristi o di cronaca nera ma per qualcosa di bello, costruttivo e propositivo”. Ritorna così la contrapposizione e il profondo legame tra il sud Italia e Zeman, con il presidente foggiano Pasquale Casillo emblema dell’esuberanza meridionale (“una figura da noir” come lo definisce Sansonna), rappresentare il contraltare dei silenzi di Zeman.

Ma perché sembra che tutti lo esaltino ma alla fine l’attuale tecnico del Pescara non riesce mai a tornare nel calcio che conta? “A me fa riflettere il sentimentalismo italiano. Quando ho fatto il primo documentario e chiedevo alla gente di lui assumevano una posizione seria, con voce profonda e con gli occhi bassi quasi un po’ bagnati di pianto ti dicevano: ha avuto il coraggio di dire la verità. In Italia c’è bisogno dell’eroe da tenere come martire. Ma Zeman non voleva essere un martire, voleva solo continuare a fare calcio, non è Giordano Bruno o Pasolini”.

Ora Pescara potrebbe essere la sua ultima occasione per tornare ad alti livelli: “Zeman è un patrimonio del calcio e ci deve essere, un elemento prezioso del calcio italiano”. Nonostante Rambaudi dica che il mister è una persona elastica, secondo Sansonna non potrebbe allenare giocatori tipo Ibrahimovic: “Per il tecnico al centro di tutto c’è il gioco e non l’individuo. Per esempio adorava ed adora tuttora Totti perché è un grande talento inserito nel gioco, al di là dei virtuosismi è uno che fa girare la squadra attorno a sé. Uno che interagisce con la squadra ed orienta il gioco collettivo, Ibrahimovic non è per Zeman, fa gioco a sé”. La qualità che però risalta di più dal libro e dal documentario è la stessa che affascina Sansonna: “L’umanità e la reale simpatia, perché a modo suo fa ammazzare dalle risate”.

 

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