“Open – La mia storia”, la biografia di Andre Agassi

Di Flavio Grisoli

Nascita, crescita, fama, caduta e resurrezione. Con queste cinque parole potremmo riassumere la vita di un grande tennista del recente passato: Andre Agassi. Il ragazzo di Las Vegas, vincitore di otto tornei del Grande Slam, oltre che della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atlanta, si racconta in “Open – La mia storia” edito da Einaudi. Un’autobiografia scioccante, perché ci fa conoscere un uomo pieno di incertezze, paure, piccole paranoie, malesseri, odio per il tennis. Sì, un campione che odia lo sport per cui è diventato ricco e famoso. Non è stata una sua scelta, quella di impugnare una racchetta, ma di suo padre. Che lo obbligava ad allenamenti infiniti, invece che mandarlo a scuola. E ben presto Andre lascerà definitivamente la scuola, a 14 anni, mentre frequentava l’accademia di Nick Bollettieri, quello che sarà il suo primo mentore. Il fragile equilibrio psicologico di Agassi lo accompagnerà sempre, in campo e fuori. Tra vittorie incredibili, e sconfitte cocenti. È il bersaglio preferito dei giornalisti, che vedono in lui un elemento fuori dal coro, pronto per farsi mitragliare dalle loro critiche. L’aspetto guascone copriva una fragilità e una sensibilità impreviste, che solo questo volume ha reso pubbliche. Il matrimonio infelice con la stella del cinema e della televisione a stelle e strisce Brooke Shields, le sue amicizie di una vita: Perry, J.P., il suo personal trainer Gil, suo fratello maggiore Philly, il primo ad essere angheriato dal severissimo padre, ma non con il talento del piccolo Andre. Una vita sportiva spesa intorno al mondo, cercando perennemente l’obiettivo della propria vita, perché quella che stava vivendo non era la strada scelta da lui. Fino al baratro del 1997, l’assunzione di metanfetamine, l’indagine dell’ATP. Una bugia, come quelle che Andre raccontava nelle conferenze stampa per accontentare sempre il suo interlocutore, per evitare la squalifica. Fino all’incontro della svolta: Stephanie Graf, tennista anche lei, tedesca, una delle più grandi della storia di questo sport. Sarà un corteggiamento discreto, spesso a distanza, ma che porterà grande voglia e pace nell’animo di Agassi. Torna a giocare, vince ancora, vive un ultima battaglia nella finale degli US Open del 2002 con il suo grande avversario Pete Sampras. La sua nemesi, ma non perché fossero acerrimi nemici.

Se Agassi era un inquieto, Sampras era un pacato. Se Agassi in campo viveva momenti di sconforti ed era profondamente umorale nel corso dello stesso match, Sampras era una macchina da guerra, un robot. Non per niente, è uno dei più forti della storia, superato in fatto di Slam vinti solo da Roger Federer, uno che Agassi l’ha visto agli albori, e dice che diventerà il più forte di tutti. D’altronde i fenomeni riconoscono i propri simili. Agassi sposa Steffi Graf, dalla quale avrà due figli. Aprirà una scuola di primissimo livello in una zona disagiata di Las Vegas, perché ha capito quanto l’istruzione sia importante. In un mondo, quello dello sport professionistico, che regala fama e danaro più di ogni aspettativa, trovarsi di fronte un uomo è difficile. Andre Agassi da Las Vegas, campione per 4 volte agli Australian Open, per due volte agli US Open, per una volta a Wimbledon (il suo primo Slam in assoluto) e al Roland Garros, una medaglia olimpica, il torneo ATP World Championship, tre Coppa Davis, 60 tornei ATP, più di ottocento match ufficiali vinti su circa millecento giocati, è un uomo. Un grande uomo. Perché la forza di raccontarsi, mettendosi in discussione con il mondo intero ancora una volta, dopo averlo fatto per vent’anni solo con sé stessi, è segno di forza. Una forza che Agassi non ha quasi mai pensato di avere.

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