“L’ultima partita. Vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei”

Di Sara Sbaffi

“Se ci fosse più amore per il campione oggi saresti qui. Ricordati di me mio capitano, cancella la pistola dalla mano, tradimento e perdono fanno nascere un uomo, ora rinasci tu”. Così il cantautore Antonello Venditti ha voluto ricordare Agostino Di Bartolomei.

Ago si è tolto la vita all’età di 39 anni, quattro anni dopo l’addio al calcio. Lasciando una domanda: perché?

Il libro “L’ultima partita” scritto da Giovanni Bianconi e Andrea Salerno, tornato in libreria a dieci anni dalla sua prima edizione, è un classico della letteratura sportiva e porta una bella prefazione di Luca Di Bartolomei. Il figlio di Agostino aveva solo 11 anni in quel folle momento nella primavera del 1994:

 

“Che gesto estremo insensato imbecille ed allucinante hai fatto quel 30 di maggio Ago. Un altro 30 di maggio per te: l’ultimo. per noi, da lì in avanti, l’unico [...]. Ho scoperto più avanti la crudeltà di quella data. Dieci anni dopo quella finale. Ho scoperto quella crudeltà e mi sono detto che non ci puoi aver pensato davvero. Troppa cattiveria in quella coincidenza. Forse quel giorno ti si è insinuato dentro, ecco. Come la depressione che ti porta a un gesto stronzo. Come un fallo plateale in area di rigore”. 

 

E l’intero libro si fonda sul dualismo tra le due date: quel 30 maggio del 1984, finale di Coppa dei Campioni persa dai giallorossi all’Olimpico ai rigori e lo stesso giorno di dieci anni dopo quando alle ore 10.52 arriva la prima agenzia Ansa che annuncia il tragico gesto di Di Bartolomei. Se avesse pensato a che giorno fosse oppure è una semplice casualità non lo possiamo sapere, ma certo è che quella partita ha segnato profondamente sia chi vi ha giocato in prima linea sia tutti i tifosi romanisti, la più cocente delusione per un giallorosso. “L’ultima partita” ripercorre questi due tristi eventi così diversi eppure così legati. È la storia di un campione e della sua città.

 

A cominciare dai campetti dell’oratorio di Tormarancia, nella periferia romana fino a tutta la classica trafila, dai provini alle giovanili, allievi e primavera, e poi l’esordio in prima squadra con il suo maestro Nils Liedhlom. Il capitano Di Bartolomei è uno degli artefici dello storico scudetto ’82-’83, grazie ad una vincente intuizione del mister che lo trasformò da centrocampista in centrale difensivo con licenza di regia. Il tecnico svedese per Ago è stato sia un maestro di calcio che un maestro di vita, i due in trasferta spesso andavano insieme ad ammirare mostre ed artisti, la passione che Ago aveva per l’arte è rintracciabile anche nell’ amicizia con Renato Guttuso. Un uomo di sport e d’intelletto, come raramente si vede nel mondo del calcio.

 

Vincere uno scudetto a Roma per il primo capitano romano e romanista ha un significato diverso, profondo: “È la vittoria di chi a vincere non è proprio abituato. Anzi di chi ha fatto della sconfitta e della sua capacità di accettarla una forza imbattibile nel tifo e in campo”. Nelle immagini festose negli spogliatoi Ago è sempre lo stesso, un uomo composto, riservato, un po’ orso ma tenero nei suoi silenzi. I compagni di squadra raccontano che esprimeva tanto in quei silenzi e che i pochi contatti umani erano fatti di pugni o pizzicotti dati all’improvviso, i suoi gesti d’affetto.

Subito dopo il trofeo c’è l’amara partenza per Milano poi un’annata a Cesena e infine la Salernitana in serie C. Con la conquista della Serie B a Salerno Ago decide di appendere gli scarpini al chiodo e si ritira nel piccolo centro di Castellabbate nel Cilento. Da lì cominciano tutte le difficoltà burocratiche e politiche, nonostante la sua vicinanza alla Dc di Andreotti, nel costruire una scuola calcio. Stare lontano da Roma e dal calcio che conta l’ha portato ad un isolamento sofferto, le sue lettere inviate al presidente Sensi con consigli sulla squadra fanno presagire un desiderio, neanche tanto nascosto, di voler trovare un posto in società, come allenatore o come dirigente. Il suo sogno era di ritornare a Roma dove anche i suoi ex compagni dello scudetto si erano sistemati: Tancredi, Bruno Conti, Maldera, Pruzzo. Lui era il capitano, una bandiera di quella squadra, ma nessuno pensò di richiamarlo.

 

Chissà come sarebbe andata se lo svedese Liedhlom quel 30 maggio del 1984 non avesse cambiato l’ordine dei rigoristi, dopo l’errore di Nicol. Toccava a Graziani tirare ma il barone disse a Di Bartolomei di avvicinarsi al dischetto, un gol sicuro. Ma Graziani perse la concentrazione e rimase ipnotizzato dal buffonesco Grobelaar.

 

Dopo la tragedia, Marisa, la moglie di Ago, trova nell’agenda del campione due foto: una è un santino di Padre Pio a cui il giocatore è devoto, l’altra è la curva sud in festa con dietro una dedica di un gruppo di tifosi: “Roma Liverpool. Al nostro grande “Diba” che sarà sempre il nostro capitano”.

 

 

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