“Nessuno parla dell’arbitro”, l’autobiografia di Roberto Rosetti

Di Fabiola Rieti

L’arbitro è una figura che genera amore ed odio negli appassionati di calcio, ma lui come vive le contraddizioni del gioco? E’ un interrogativo che spesso è caduto nel vuoto, ma che Roberto Rosetti ha deciso di raccontare aprendo l’album dei ricordi della sua vita. “Nessuno parla dell’arbitro” è un’affermazione che può generare dissenso. In realtà tutti ne parlano quando c’è qualcosa di negativo da evidenziare, ma raramente ci si ferma a pensare ai direttore di gara come uomini con le loro paure e la loro sensibilità.

“Sono ventisette anni che mi alleno, che corro, che sudo e che applico il regolamento, ventisette anni che asegno punizioni, ammonisco, espello, sanziono, redarguisco e decreto rigori indicando il dischetto, ventisette anni che vengo minacciato dal pubblico e rallentato dalla moviola; ho accettato questa lucida follia al solo scopo di emettere quel fischio. Ce la posso fare posso essere l’arbitro della finale”

Il viaggio di Rosetti parte dal momento più delicato, il fuorigioco non visto di Tevez in Messico – Argentina, che compromise il resto del suo Mondiale impedendogli di realizzare il suo sogno: la finale di Sudafrica 2010. Tutta l’ansia di quel momento è raccontata e rivissuta con la stessa tensione adrenalica, mediata dai ricordi.
Combattuto tra uno zio juventino e un padre granata, la sua equidistanza da entrambe è il primo allenamento per le radici di uno dei migliori arbitri italiani. Nella Torino di trent’anni fa Sergio Lanteri, mentre giocava i compagni, vide subito in lui le doti da ottimo osservatore e gli suggerì il corso base. Da lì fu un crescendo dai campetti di periferia fino alla massima serie.

“L’arbitro è uno che valuta, decide e dimentica”

Ma i ricordi restano indelebili divisi tra i momenti belli e brutti, tra gli insulti subìti e gli assalti dei tifosi nei campi dilettanti, dove talvolta si decide la salvezza o la condanna alla retrocessione.

“Sono passati anni dalla prima volta che ho sentito il rombo di quando apri la porta degli spogliatoi, e poi l’esplosione fragorosa non appena sbuchi dal tunnel con le due squadre in fila dietro di te. Eppure non si si abitua. E’ uno spettacolo acustico più che visivo, che continua a togliermi il respiro”

Una carriera in continua ascesa vissuta con passione, ma Rosetti racconta anche eventi tesi come il derby del 2005 a Roma che fu costretto ad interrompere, nonostante le pressioni della Prefettura per continuare. Forse il momento più triste arrivò con Calciopoli, un vero travolgimento per la classe arbitrale.
La volontà di raccontarsi è apprezzabile, perché intorno all’arbitro c’è sempre un alone di mistero che difficilmente viene dissolto e questo è un passo per mostrarsi in tutta la propria umanità. L’ultimo atto è la decisione di lasciare il campo, che è avvenuta in modo impulsivo, ma senza ripensamenti, perché in fondo un arbitro è un arbitro e non si può dimettere da se stesso, così le scelte sicure e veloci diventano pane quotidiano, anche nella vita di tutti i giorni.  Così da Mirafiori alla Piazza Rossa, comincia la sua carriera di dirigente arbitrale nella massima serie russa. Un mondo nuovo, una vita nuovo, ma con il fischietto nel cuore.

 “Nel calcio possono lamentarsi tutti tranne l’arbitro, che anzi sta lì quasi apposta, è una specie di imbuto in cui ogni domenica vengono sversate le frustrazioni di presidenti, giocatori, direttori sportivi, procuratori, giornalisti, allenatori e tifosi”.

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