Ultras. Identità politica e violenza nel tifo sportivo. Da Pompei a Raciti e Sandri

Di Flavio Grisoli

Se i protagonisti dello spettacolo si trovano sul campo da gioco, qualunque esso sia, i co-protagonisti si trovano sulle tribune, sulle gradinate. Negli stadi, nei palazzetti, negli autodromi. Si chiamano tifosi o, in un’accezione più “ruvida” ultras.

Il termine, come molti sapranno, deriva da retaggi nazionalisti francesi: ultrarealisti. Quello che molti altri invece non sapranno, è che già nell’antica Grecia e nell’antica Roma esistevano gruppi organizzati di sostenitori.

E, purtroppo, nelle cronache dell’epoca non mancavano episodi di scontri e violenze fra le opposte fazioni. Insomma, nulla è cambiato. L’uomo, ahinoi, è sempre lo stesso. Il fenomeno ultras come lo conosciamo noi oggi ha, come abbiamo visto, radici profonde, e ce lo racconta Maurizio Stefanini con il suo volume “Ultras – Identità, politica e violenza nel tifo sportivo. Da Pompei a Raciti e Sandri”.  La prefazione all’opera è di Paolo Liguori ed è edita da Boroli Editore. 183 pagine ricche di cronaca, di storia, di analisi di movimenti e sconvolgimenti sociali che hanno influenzato le dinamiche dei vari gruppi organizzati di tifosi. Grande importanza l’ha avuto il fenomeno rivoluzionario del ’68: in molti individuano lì il vero momento di aggregazione e sommovimento dei tifosi.

Masse organizzate gerarchicamente, con obiettivi, statuti e codici comportamentali: quello che si è sviluppato nell’Europa Continentale è ben diverso da quello a cui si era soliti vedere in Inghilterra, Scozia e in parte anche nei Paesi Bassi, dove i gruppi erano disallineati, trovando la loro unica fonte di aggregazione nello stadio. In altri contesti la politicizzazione, la lotta di classe, la volontà di protesta verso il potere precostituito hanno fatto sì che il bubbone scoppiasse: le cronache degli ’70 e ’80 sono piene di episodi di violenza, anche nel nostro Paese. I prodromi del tifo, la sua esplicazione nel fenomeno di massa più vasto e imponente del mondo, il calcio. Questo ci racconta Stefanini, giornalista e saggista. Violenza, morti assurde (come quella di Vincenzo Paparelli a Roma), ma anche folklore, sana rivalità, sfottò. Oggi, per cercare di arginare i primi, si stanno eliminando i secondi. Rileggere la storia, probabilmente, potrebbe aiutare a scrivere meglio il futuro. Per il bene del calcio, ma non solo.

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