Intervista a Stefano Petrucci, giornalista e gentiluomo

Di Fabiola Rieti Spesso si parla dell’etere romano come di una realtà popolata da personaggi poco preparati e dai modi volgari, considerati dei veri capipopolo. Sono certamente quelli che fanno più rumore, ma sono nocivi per i veri professionisti che vorrebbero dare un’immagine diversa di questa piazza. Tra i giornalisti più importanti e pungenti delle radio romane, Stefano Petrucci si distingue per competenza e classe. Nel corso della sua carriera ha scritto per importanti testate, tra cui il Corriere della sera, seguendo da inviato le principali manifestazioni sportive in tutto il mondo. Ora presta la sua voce ai microfoni di Tele Radio Stereo 92.7 e le sue analisi acute e puntuali sono un punto di riferimento per chi crede che il calcio sia prima di tutto uno sport, che può superare anche la fenomenologia di Zeman e le maschere pirandelliane di Baldini. Nel corso della tua carriera hai visto l’evoluzione e l’involuzione del mondo del pallone, c’è ancora qualcosa che ha il sapore di antico nel calcio di oggi? E’ rimasta la passione del tifoso, che è molto cambiato, però, anche per colpa dei media. Per il resto si è trasformato tutto: il rapporto con i giocatori, i comportamenti, gli investimenti. Di costante c’è questa passione travolgente che porta i tifosi a seguire la squadra con continuità e a parlarne quotidianamente, ma non credo durerà in eterno anche questo. La scelta della società As Roma di adottare una comunicazione “british” crea la voglia frenetica di informazioni da parte dei supporter? Oltre che da parte delle società in generale, credo ci sia una grande responsabilità dei media classici come stampa, radio e tv. In Italia la parola “comunicazione” è tanto diffusa quanto poco conosciuta. Ci sono realtà che sono esplose grazie ad un buon utilizzo della comunicazione, che può essere un’ottima arma per fare business. Da questa punto di vista gli operatori del settore hanno un grosso peso, ma spesso ci sono personaggi che ricoprono professioni che non sono le loro e questo contribuisce a creare molta confusione. Spesso la stampa, in particolare quella romana, viene indicata come elemento destabilizzatore, ti trovi d’accordo o pensi sia solo un alibi? Talvolta può essere un alibi, ma l’incompetenza, la malizia e la tendenza a violare anche la privacy, in certi ambienti, avviene ogni giorno. La debolezza delle società sta nel non avere la voglia di affrontare queste situazioni, ma di utilizzarle come ombrello per avvicinarsi alla frangia popolare, soprattutto quando le cose vanno male. Non è giusto fare di tutta un’erba un fascio, perché ci sono poi realtà che si distinguono in positivo. Franco Sensi diceva che la Roma avrebbe vinto di più con una “forte” stampa romana. E’ un’affermazione con cui non mi trovo d’accordo: nessuna stampa può decidere l’assegnazione di un campionato. E’ il calcio che deve indirizzare la comunicazione, non viceversa. Nell’etere romano ci sono realtà in cui quotidianamente vengono commessi reati eppure nessuno ha il coraggio di riferirsi agli organi competenti, ma sono situazioni che dovrebbero finire. Parlando di calcio giocato, in Italia si ha l’impressione che manchi qualcosa per arrivare al pari delle altre nazioni, soprattutto nel contesto dei club. Quanto siamo indietro e cosa si deve fare per riuscire a risalire? Siamo indietro decine di anni e su tutto. A partire dalla qualità del gioco, se raffrontiamo la prima e la seconda del nostro campionato con gli altri campionati europei non c’è paragone, l’espressione tecnica è molto più elevata. Poi c’è questo rapporto malinteso con i tifosi che sono clienti da sfruttare, ma poi diventano un problema quando condizionano una situazione con il giudizio. C’ è una relazione con i media da rifondare, gli investimenti sono pochi e sbagliati, gli impianti sportivi non sono adeguati e gli apparati, dalla giustizia sportiva alle designazioni arbitrali, fanno acqua. Non c’è una cosa che funziona e la punta di questa montagna di difficoltà è la scarsità del campionato.  I problemi ci sono in tutti i paesi, ma noi abbiamo i peggiori, dai debiti all’incapacità gestionale. All’estero con il merchandising riescono a pareggiare i bilanci con fatturati da noi impensabili e senza la passione per il calcio che si respira in Italia. Invece, nel nostro Paese, dove è forte la cultura calcistica, sono riusciti a desertificare anche gli stadi con una serie di politiche e provvedimenti. La Roma, secondo te, ha intrapreso un percorso societario adeguato alle ambizioni? Per certi versi si vede lo sforzo di cercare cose diverse, concretezza, penso ai discorsi fatti per migliorare il rapporto tra società e tifoso, la voglia di costruire un impianto. Per ora siamo ancora lontani dai modelli che abbiamo, ma la proprietà straniera da questo punto di vista può dare un’apertura mentale diversa. Purtroppo anche la Roma è in ritardo, la società è cambiata da più di un anno, e non dico che mi aspettavo risultati clamorosi, ma qualcosa in più certamente. Nella tua trasmissione radiofonica hai spesso parlato della spaccatura che ha creato Zeman nella tifoseria. Questo fondamentalismo quanto può essere nocivo? Io non lo avrei mai preso Zeman. Sono contrario ai ritorni, ma forse è nel dna di questa città che ama ricordare i fasti storici dell’impero anche attraverso i simboli della Roma antica. Purtroppo abbiamo recuperato Zeman, non Marco Aurelio. Il boemo per anni è passato da martire, quando è stato un carnefice di se stesso, ma ha un esercito di fedeli acritici che non riescono a interpretarlo, come accade per le religioni o le sette come Scientology. Per questo mi piace definire questo fenomeno come Zemantology. Ha raccolto ottimi risultati a Pescara dopo anni di fallimenti ed esoneri. La sua forza è quella di avere un seguito di fedelissimi che lo vede come un infallibile che non sbaglia mai, ma gli errori sono sempre determinati da situazioni esterne come i giocatori o la società. Qualcosa di vero c’è, perché è davvero difficile sbagliare due allenatori di fila, avendo la possibilità di attingere ad un mercato importante con disponibilità economiche favorevoli rispetto al passato. In questo periodo c’è la volontà di promuovere la cultura nello sport. Sappiamo che Capello è un appassionato d’arte, Baldini non perde occasione per regalare citazioni letterarie, ci sono altri calciatori o dirigenti, che hai conosciuto, con vocazione culturale? No, sono veramente pochi, la maggior parte fa finta. Spesso questo mondo è stato etichettato come un ambiente popolato da incolti, dunque nell’era dell’immagine si tende a proporsi diversamente. La realtà è che anche quelle persone che sono considerate dei geni, si distinguono nella massa del calcio, ma è gente normalissima. Pensi che i libri di sport, nell’immaginario comune, arriveranno mai al livello della letteratura generalista? Non credo. “Febbre a 90” è un grande libro, ma sulle biografie dei calciatori ho delle remore. Le storie sono un po’ enfatizzate per pubblicizzare l’uscita o per dare lustro a chi è sul finire di carriera. Purtroppo c’è tanta immondizia. Se dovessi scrivere un libro, quali sarebbero i temi o i personaggi che in questo momento ti affascinerebbero di più? Ho scritto alcuni libri come la biografia di Francesco Totti e il diario dell’ultimo scudetto della Roma. Probabilmente ora non scriverei di calcio, rivolgerei l’attenzione al mondo degli sport minori, ce ne alcuni davvero molto affascinanti. In chiusura un piccolo pronostico: cosa vedi per il futuro della Roma? Vedo una nebbia molto fitta, perché sono deluso da quelli che dovevano essere i punti fermi. Non parlo dell’allenatore, ma di chi l’ha scelto. La dirigenza era considerata di primo livello e si sta rivelando di una debolezza incredibile. Mi riferisco in particolare a Franco Baldini, che evidentemente è un’ottima spalla, ma ha bisogno di avere vicino una persona di carattere e di grande carisma, per far valere la sua leggerezza e la sua eleganza. Si è cucito addosso un personaggio e non riesce più a uscirne, quello diverso in tutte le scelte, nel modo di porsi e di parlare. Credo sia l’emblema della Roma, perché la proprietà si è affidata a dei dirigenti considerati di qualità, ma per ora si sono rivelati un flop clamoroso.  Si è riusciti nell’impresa di dar ragione a chi sostiene che prima dei nuovi investitori, in fondo, le cose non andavano così male. Non mi riferisco a chi rimpiange, che magari lo fa per altri motivi.  

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