“La Mitropa Cup del Milan” di Sergio Taccone

Di Flavio Grisoli

In “Robin Hood”, pellicola di Ridley Scott con Russel Crowe (quello de “Il Gladiatore”, per intenderci), una frase è rimasta impressa a molti, e che si attaglia particolarmente bene al libro oggetto di questa recensione: “Rise, and rise again until lambs becomes lions”. Letteralmente: “Sollevati, e sollevati ancora finché gli agnelli non diventeranno leoni”. Trasposta: “Non darti mai per vinto”. Ed è così che il Milan degli anni bui (la prima metà degli anni ’80) si trovò costretto a fare. Poi, anche e soprattutto grazie all’intervento di Silvio Berlusconi, l’araba – mai fu più attuale in questo momento – fenice è risorta dalle proprie ceneri ed è diventata la “Squadra più titolata al Mondo”, insieme al Boca Juniors di Buenos Aires, Argentina.

Però per risorgere bisogna crollare, andare a fondo, mangiare la polvere. Ed è la polvere che i rossoneri masticarono amara nei campi dell’Europa orientale durante la stagione 1981/82, quella della A da neopromossa (la stagione precedente il Milan era in B per decisione della giustizia sportiva dopo il primo calcio scommesse) e che ci racconta Sergio Taccone con il suo “La Mitropa Cup del Milan”, edito da Urbone Publishing. Era un piccolo Milan, che sarebbe retrocesso nuovamente e che vinse quel trofeo tra le vincitrici mitteleuropee della Serie B dell’anno precedente. Taccone ci dice che la maggior parte dei tifosi milanisti (e la società stessa) disconosce quel trofeo, non lo considera come ufficiale. Ma le partite erano vere: campi al limite della praticabilità, freddo insostenibile, avversari mediocri ma aguerriti. Sullo sfondo, le partite di campionato. Una stagione sfortunata, iniziata con Gigi Radice in panchina, poi sostituito da Italo Galbiati (che successivamente sarà assistente di Fabio Capello), che però non riuscì ad evitare il ritorno in Serie B. Il libro, una lettura piacevole, ci porta a conoscere Vitkovice, Osijek, Haladas.

La prima squadra di queste, cecoslovacca di Ostrava, “nasconde” una storia: c’è un Mausoleo che ricorda le vittime delle fabbriche di guerra nella città. Di italiani, si stima, ce ne lavorano circa duemila, provenienti dai campi di concentramento soprattutto polacchi durante la Prima Guerra Mondiale. Il volume, dalla paginazione contenuta (82 pagine compresa appendice con tabellini delle partite, dati e piccole biografie dei giocatori di quella stagione), racconta una pagina buia della storia di una delle società più importanti del calcio, che di lì a pochi anni con Arrigo Sacchi, sarà la “squadra più bella della storia”. Da quella sfortunata stagione, “sopravvissero” solo Baresi, Tassotti e Evani. Il lieto fine non c’è, la luce in fondo al tunnel non si vedeva ancora. Ma ricordare quando si è stati piccoli, potrebbe aiutare ad essere dei grandi migliori.

 

No comments yet

Leave a Reply





XHTML: You can use these tags: