Storie di sport, storie di donne

Di Sara Sbaffi

Diciassette ritratti di donne, di atlete. “L’elite del nostro sport è Donna. Noi prendiamo atto felici di questa sana rivoluzione. In nessun altro settore si è realizzato un simile sorpasso di qualità”, scriveva Candido Cannavò. “Storie di sport, storie di donne”, il libro di Giovanni Malagò realizzato insieme alla giornalista Nicoletta Melone (edito da Rizzoli), racconta storie di successo, “in una galleria di ritratti, il segreto dello sport”, si legge nel sottotitolo. Diciassette pennellate in cui la donna e l’atleta si completano e in cui insieme ai record e alle medaglie si svela il percorso che ha portato a quei risultati. Diciassette sportive molto diverse tra loro ma accomunate dal fatto di essere tutte italiane, come spiega proprio Malagò nella sua introduzione.

Da Federica Pellegrini a Flavia Pennetta, da Manuela Di Centa a Valentina Vezzali. I numeri parlano da soli: ai Giochi di Barcellona ‘92, le donne rappresentavano il 20% della delegazione e hanno vinto una medaglia su quattro. A Pechino c’è stato il pareggio in termini di numero di partecipanti e di ori: sul totale, le donne hanno conquistato il 40% delle medaglie. E Londra 2012 è stata ribattezzata l’Olimpiade delle donne. Per la prima volta dalla nascita dei Giochi Olimpici, infatti, tutti i paesi partecipanti hanno avuto almeno una rappresentante femminile. Anche Qatar, Brunei e Arabia Saudita hanno riconosciuto alle donne il diritto di partecipare alle gare olimpiche. Una svolta epocale per questi paesi che prima d’ora non si erano mai presentati con una delegazione mista. Ma quelle di Londra sono state le Olimpiadi delle “quote rosa” anche per altri motivi: per la prima volta, ad esempio, la delegazione degli Stati Uniti è stata formata per la maggior parte da donne (269 contro 261). Anche le italiane partite per Londra sono aumentate rispetto alle Olimpiadi di Pechino: dei 291 atleti azzurri, infatti, il 43,5% sono donne (contro il 38% del 2008). Negli ultimi 20 anni il numero delle donne italiane che partecipano ai Giochi è praticamente raddoppiato, così come è cresciuta la cifra delle atlete sposate e delle mamme. Qualche passo avanti è stato compiuto negli ultimi anni verso le pari opportunità. Almeno nello sport.

 

Ma torniamo al libro che riserva una parte speciale dedicata alla atlete paralimpiche che con la loro ostinazione esaltano i valori più alti dello sport: le podiste Annalisa Minetti e Giusy Versace, Paola Protopapa, la maratoneta Francesca Porcellato. Alle Paraolimpiadi di Londra 2012 è arrivato un altro primato: da 700 atlete ai Giochi di Barcellona 1992, alle 790 dei Giochi di Atlanta 1996, alle 990 di Sidney 2000, alle 1165 di Atene 2004, alle 1383 di Pechino 2008 fino ad arrivare alle 1513 delle Paralimpiadi di Londra 2012. Un aumento costante che in vent’anni ha visto le atlete più che raddoppiarsi. “In fondo siamo tutti disabili – afferma la Protopapa – c’è chi ha un problema di salute, chi ha un problema economico, chi è depresso. Ognuno ha il suo handicap. L’importante è mettere la marcia e ripartire”. I proventi del testo sono stati devoluti da Malagò a favore proprie delle atlete disabili.

 

Ma le competizioni in cui il dislivello tra uomini e donne persiste sono ancora parecchie. “Una giocatrice di volley che arriva alle Olimpiadi – racconta Antonella Del Core – prende come un calciatore che arriva in Serie C”. Flavia Pennetta invece ammette: “La leggenda di Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta resterà per sempre, ma siamo noi donne, adesso, ad aver dato una smossa al tennis”. Infine la determinazione di Josefa Idem, che nella sua ventennale carriera ha vinto 35 medaglie tra Giochi olimpici, mondiali ed europei: “Tutto sta nella passione, nella perseveranza, nell’amore per quello che fai. La molla è la professionalità sposata a un grande pragmatismo, la molla è il bello di lavorare per un obiettivo. E raggiungerlo”. 

 

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