Gli angeli non vanno mai in fuorigioco, ma l’autore sì

Di Sara Sbaffi

Gli ingredienti per scrivere un libro per bambini ci sono tutti, ma non chiamatelo romanzo. “Gli angeli non vanno mai in fuorigioco”, la terza fatica letteraria di Fabio Caressa che segue il libro sui Mondiali del 2006 “Andiamo a Berlino” e il volume sul poker, “Quella sporca ultima carta”, delude un po’ le aspettative. Vuoi che la storia è sempre la stessa, il vecchio conflitto generazionale tra padri e figli,  vuoi che i racconti di calcio sono episodi conosciuti da tutti gli appassionati, tranne rare eccezioni, il risultato finale sembra essere un collage di cose già viste, già lette, già sentite.

 

Cinque ragazzini sono i protagonisti del libro del giornalista sportivo di Sky: Stefano, il bello del gruppo, tifa Juve ed è bravissimo a giocare a calcio, Nadia è l’unica ragazza e tifa Napoli (“quando tutte le sue amiche giocavano con le bambole, lei vedeva i gol di Maradona”), Diego è della Roma ed “è una pippa a calcio” ma sarà l’autore del gol capolavoro che farà vincere il torneo ai suoi amici alla fine della storia; infine, ci sono i gemelli, detti Tempesta e Uragano, uno del Milan e l’altro dell’Inter che in realtà si chiamano entrambi Nicola (“sai, famiglia di origine barese, trapiantata a Milano”). Cinque classici stereotipi. Diego ha tredici anni e in un’estate trascorsa in Abruzzo, insieme ai suoi amici, incontra uno strano personaggio, “il vecchio”, che racconta loro fatti e aneddoti sul calcio italiano dagli anni ’70 agli anni ’80. Come conoscono “il vecchio”? Più semplice non si può: i ragazzi gli rompono accidentalmente la finestra di casa giocando a calcetto. Da quel momento comincia il racconto della storia del calcio: la Lazio di Maestrelli, la Roma di Liedholm, la Juventus di Platini, il Milan di Sacchi, il Napoli di Maradona, il Mondiale dell’82, l’Inter di Trapattoni.

 

A lasciare perplessi sono alcune argomentazioni socio-culturali che condiscono i capitoli. Come quello sui biancocelesti del 1974: “La Lazio potrebbe essere l’emblema della lotta della Sinistra e invece tutto l’opposto: perché è di Destra”. Per non parlare della spiegazione sulla rivoluzione culturale in atto in quegli anni: “Si insomma era un periodo difficile, i giovani dal ’68 avevano cominciato a ribellarsi allo status quo, il sesso era vissuto più liberamente”. E che dire dei nomi delle squadre di calcetto dei cinque protagonisti, “puzzette” e “porcellona”?

 

Per conquistare sempre più lettori può essere un’alternativa valida voler utilizzare una “letteratura popular”. Ma “pop” non vuol dire per forza banalizzare o adottare parolacce o termini come “cakkio” e “minkia” (rigorosamente scritte con la K). Oppure disquisire sulle “misure” dei calciatori: “Gullit era come dire… molto dotato. Sull’argomento c’era una vera e propria mitologia, che rimbalza di spogliatoio in spogliatoio… Toninho Cerezo, Drogba… perché sotto la doccia si torna tutti ragazzini… a quanto pare, Ruud era qualcosa di eccezionale. Proprio Sacchi era rimasto tra i più impressionati dalle sue doti e per un po’ lo aveva preso in giro sull’argomento…aveva preso a chiamarlo tubo nero”.

 

Più che una bella “favola del calcio raccontata a mio figlio”, come recita il sottotitolo in copertina, un falò delle banalità (tanto per parafrasare il titolo del film flop di Brian De Palma “Il falò della vanità”).

 

Mondadori Strade Blu

198 pagine | 17.00 euro

 

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