Il gioco più sporco del mondo

Di Marco Ciaffone

Una soggettiva romanzata dell’autista di Hristiyan Ilievsky, il capo degli Zingari, per raccontare quella malattia che a cicli continui travolge di scandali il nostro calcio ma poi, inesorabilmente, viene soffocata dall’urlo delle curve dello stadio: le scommesse. Un percorso immaginato con gli occhi di chi, quasi subito, mette a nudo che in fondo, questi Zingari non esistono, almeno non come banda organizzata. Loro due, macedoni di origini, “semplicemente” intrattengono rapporti con una costellazione di gruppi organizzati che prendono il nome dalle città dove si svolgono maggiormente i loro affari. Ma sono pesci di media dimensione, gli Zingari. Sopra di loro ci sono comunque le organizzazioni che hanno i nomi delle mafie.

È “Lo zingaro e lo scarafaggio. Da gioco più bello a gioco più sporco del mondo“, il “viaggio tra le macerie del calcio italiano” edito da Mondadori e nato dalla penna, e dalle inchieste, dei giornalisti di Repubblica Giuliano Foschini e Marco Mensurati.

La fuga

Il racconto, che si dipana tramite una lunga serie di flashback all’interno della fuga dall’Italia di Hri e del suo autista dopo l’operazione coordinata dalla procura di Cremona che nel giugno del 2011 fece finire in manette anche Giuseppe Signori, concede al moralismo solo qualche battuta, lo stesso spazio destinato al calcio giocato, alle prodezze dei campioni, allo spettacolo che appassiona milioni di italiani. Il calcio di cui parla la voce narrante è visto dalla prospettiva di un affiliato fedele che in giovane età è stato disilluso dallo sport e si ritrova ora ad ammirare il suo capo, ex soldato nella guerra dei Balcani, e chi è ancora più potente di lui, più potente di tutti: Den, il vertice dell’organizzazione internazionale che da Singapore trucca campionati di mezzo mondo, calcolando con freddezza quote, accordi, entrate e uscite. In mezzo, coinvolte organizzazioni di mezzo mondo, cani sciolti, malati di scommesse e organizzazioni malavitose che usano i circuiti di scommesse per ripulire i soldi sporchi.

Gli “scarafaggi”

Gli aneddoti di malavita si susseguono spesso come in un qualunque altro racconto di simpatiche scorribande tra amici. Tranne quando Hri parla dei calciatori scommettitori come di “scarafaggi”, persone che hanno ricevuto un dono ma che, per un motivo o per l’altro, hanno deciso di prostrarsi al dio delle scommesse. Un atteggiamento che non fa sconti a chi come Marco Paoloni finisce per farsi ridere dietro tutta la nazione immersa nel pallone, o a Beppe Signori, uomo da 200 gol ma soprattutto da “Buondì in 30 passi”, citando la scommessa preferita da chi del rischio della giocata pesante non può fare a meno. Fino ad Andrea Masiello, dipinto come “un vero coglione”. La formazione dei giocatori coinvolti a vario titolo nel giro è arricchita, tra gli altri, da Cristiano Doni, dall’asse Sculli-Mauri-Milanetto, e da un paio di citazioni per Bobo Vieri e Massimiliano Allegri. Per tutti coloro i quali sono in attesa di giudizio finale in sede sportiva e penale, naturalmente, come si legge nel “disclaimer” finale, vale la presunzione d’innocenza.

Il sistema

Sono due gli aspetti che lasciano spiazzato il lettore appassionato di calcio: la facilità con la quale il sistema viene messo in piedi e l’epidemia che affliggerebbe il nostro mondo del pallone. Sul primo fronte, dal racconto dei protagonisti sembra che basti fare la voce grossa con i calciatori disponibili (meglio se del reparto arretrato) per essere sicuri che la partita finirà con il risultato o il numero di gol stabilito (ma si spiega anche di come ci si “copre” nel caso in cui il contatto non sia affidabile o tutto rischi di saltare). A fine stagione poi, con gli obiettivi raggiunti, si apre una vera miniera d’oro. E con rischi ridicoli rispetto agli altri traffici illeciti come quelli di droga e armi. Insomma, “il calcio è l’affare sporco più pulito del mondo”.

Sul secondo, coinvolti tutti gli ingranaggi del sistema: dalle società in crisi che cercano di mettere una toppa al mancato pagamento degli stipendi ai calciatori malati di soldi e azzardo fino alle tifoserie che cercano di consolarsi dalle retrocessioni scommettendo sulla loro squadra predente sicura.

Il Paese

In tutto questo, Hri lo Zingaro non è per nulla affascinato dall’Italia. Ma soprattutto non lo è degli italiani, dipinti come popolo di “catenacciari” che preferiscono sempre “due feriti ad un morto” e quindi propensi al compromesso, all’accordo. Alla combine. Ma anche lui, alla fine, finirà per “allungarsi la palla”, capire che le sue azioni criminose creano vittime in carne ed ossa esattamente come i traffici di armi e droga ed uscire sconfitto da una partita diventata troppo grande. In questo viaggio nel mondo del pallone non c’è nulla del romanticismo del tifoso che segue col cuore in gola la partita, solo uno squallido gioco di ruolo dove l’unica cosa che conta sono i soldi. Soldi facili. Mentre gli stessi tifosi sono pronti a dimenticare subito per non rischiare di rompere il giocattolo. E ora basta con questo libro, accendiamo la tv, che c’è la partita.

 

Arnoldo Mondadori Editore
196 pagine | 17 euro

 

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