Carlo Petrini, il centravanti che attaccò il mondo del calcio

Di Fabiola Rieti

Il mondo dorato del calcio nasconde un’anima marcia che in pochi hanno avuto il coraggio di raccontare. Carlo Petrini, ex calciatore di serie A, ne fece la sua ragione di vita e “Nel Fango del Dio pallone” fu il primo libro di una produzione letteraria volta a svelare i misteri del gioco più amato.

“Qualcuno mi ha definito un “pentito”. Ma io non sono per niente pentito, quasi tutto quello che ho fatto da pallonaro lo rifarei: stavo dentro un mondo dorato che solo un matto o un santo avrebbero potuto rifiutare, e io ero un tipo troppo ordinario per essere matto, figurarsi per essere santo”

L’autore racconta la sua vita da giocatore confermando molte delle accuse mosse all’ambiente sportivo: doping, calcioscommesse, sfrenatezze sessuali, pagamenti in nero e partite decise a tavolino. Tutte realtà seppellite dal benessere e dai soldi, praticamente un’omertà comprata dalla ricchezza.

“Senza accorgermene, cominciai a imparare che nel calcio c’erano verità segrete che non si dovevano mai dire”

Dall’ascesa alla polvere, così si potrebbe brevemente raccontare la vita dell’attaccante toscano. Cresciuto nelle giovanili del Genoa, cominciò a muovere i primi passi in serie C e B per poi approdare in serie A con il Milan, il Torino e la Roma. Cambiò molte volte maglia con un unico obiettivo: guadagnare di più. Quando la sua carriera era avviata lungo il viale del tramonto, fu travolto dallo scandalo del calcioscommesse e venne squalificato per tre anni e sei mesi.

“Non riuscivo ad immaginare un altro lavoro, un altro ambiente, un’altra vita, non ero preparato. A rendere tutto ancora più insopportabile c’era la convinzione di essere stato schiacciato da un’ingiustizia. Non mi sentivo né migliore né peggiore della gran parte degli altri giocatori. Ero solo un prodotto di quell’ambiente”

Dopo quella squalifica, tentò di crearsi un’attività alternativa gestendo una società finanziaria che lo portò sull’orlo della bancarotta, costringendolo a fuggire in Francia per scappare dai creditori e dagli usurai. Il prezzo più alto però lo pagò non in termini economici.

“Il 30 marzo 1976 ero diventato padre per la terza volta: era nato Diego. Quel figlio che oggi è rimasto dentro di me come un coltello piantato” 

Diego, al quale era stato diagnosticato un tumore al cervello, diffuse un appello attraverso i media nel 1995 per poter incontrare il padre latitante. Morì senza vederlo, perché Petrini non riuscì a trovare il coraggio di affrontare tutte le situazioni lasciate in sospeso in Italia.

“Qualcosa mi si era rotto dentro, una specie di vetro era andato in frantumi, sentivo le schegge che mi infilzavano il petto”

Nel 1998 rientrò in Italia, complici anche le precarie condizioni di salute causate da un glaucoma che gli provocò la quasi completa cecità. La malattia, secondo i medici, era correlata all’abuso di farmaci dopanti somministrati sotto il controllo delle società per le quali militava.
Con “Nel Fango del Dio pallone”, Petrini decise di pagare pegno pubblicamente per le sue scelleratezze e di lanciare la sua battaglia per un calcio pulito. Anche dopo la sua morte, il suo impegno continua a vivere attraverso la sua numerosa produzione letteraria.

“Il calcio è stato la mia felicità di ragazzo, ma quando è diventato un mestiere è stata la mia rovina di uomo”

Kaos Edizioni
192 pagine| 18 euro

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