Intervista: Luca Pelosi e la favola della Virtus Roma

Di Fabiola Rieti
La stagione emozionante della Virtus Roma non poteva rimanere solo nei ricordi di chi l’ha vissuta da spettatore o da protagonista. La favola della Cenerentola della pallacanestro doveva essere raccontata e lo ha fatto Luca Pelosi  nel suo libro “La squadra che non c’era – Virtus Roma 2012/13, storia d’amore e d’amicizia”. In questa intervista l’autore parla del suo libro e del basket con una passione ed un entusiasmo contagioso, che sono la migliore pubblicità per questo sport.

 
Come è nata l’idea di scrivere questo libro?
Oltre che appassionato di basket, sono malato per la Virtus e avevo già pubblicato nel 2012 un libro sul Banco di Roma, sul quale avevo lavorato due anni. Pensavo di aver sublimato la mia passione così, poi c’è stata questa stagione totalmente inaspettata, la squadra doveva sparire poi si è ritrovata a lottare addirittura a lottare in finale. Così ho cominciato a pensare che se avessero vinto lo scudetto avrei scritto un instant book. Poi quando hanno perso gara 3 a Siena, che probabilmente è stata la partita giocata meglio, dominata dall’inizio alla fine, ho deciso che questa squadra meritava una celebrazione anche se non fosse andata bene. La storia della Virtus di quest’anno è veramente la testimonianza che tu puoi vincere nello sport, anche se non vinci. Il perché lo ha spiegato bene Datome quando ha salutato i tifosi “era una favola da raccontare a chi ama questo sport” e per questo ho deciso di raccontarla. E’ una storia che va al di là di tante categorie che uno può attribuirgli, come la squadra operaia o l’outsider, e nel libro cerco anche di capire a quale classe può appartenere e la conclusione alla quale sono giunto è che è stato un dono. Un regalo per chi ama il basket e non solo, perché ha trasmesso qualcosa che era in grado di percepire anche chi non era ferrato di pallacanestro. Basta pensare ai giocatori in campo come si aiutavano tra di loro, come seguivano l’allenatore, il rapporto che avevano con i tifosi. Tutti aspetti che hanno concorso a far sì che una squadra che non era tra le prime otto, non era superiore a Reggio Emilia che ha battuto due volte, era inferiore a Cantù che ha battuto in semifinale, è arrivata a giocarsi la finale e al di là di come è finita doveva essere raccontata.
“Favola” è la definizione che è stata più volte accostata alla Virtus, c’è il “to be continued”?
Non lo so, perché la cosa razionale da fare sarebbe mettere da parte tutto, dire è stato bellissimo e adesso vediamo cosa succede. La squadra deve essere costruita con gli stessi soldi dello scorso anno, quindi pochi, e verosimilmente ci saranno altri team che spenderanno di più e costruiranno organici più forti. Poi ci sono i cambiamenti, è andato via Gigi Datome, che è stato un leader tecnico e nello spogliatoio dove ha fatto tantissime piccole cose per cementare il gruppo. La speranza è che alcuni dei giocatori rimasti, soprattutto Goss, che è riuscito con Datome a raccogliere gli americani e portarli verso gli europei, possa riuscire a mantenere la leadership e ritrovare lo spirito del gruppo che li ha resi più di una squadra, una vera famiglia.
Questa cavalcata della Virtus ha coinvolto tanti tifosi, tu che sei un appassionato di basket, come hai vissuto l’occasionalità del tifo?
Io penso che il tifoso, anche occasionale è sempre il benvenuto. La Virtus ha un seguito superiore a quello che si può percepire dalle presenze al Palazzetto, per il semplice fatto che è l’unica realtà sportiva, assieme alla Roma e alla Lazio. E’ una consuetudine, a differenza di altri sport dove le società vincono e poi spariscono come è capitato nella pallavolo o nella pallanuoto. La pallacanestro romana c’è sempre stata e la gente ogni tanto ci butta l’occhio. Dunque basta poco e non necessariamente succede solo se si vince, perché ho visto il Palazzetto pieno con la Virtus sesta in classifica. Secondo me l’obiettivo della Virtus non deve essere avere 3.499 persone al Palazzetto, ma averne 3.502 al PalaEur e da lì crescere. La possibilità c’è, manca la voglia di crederci e di investirci sopra qualcosa. Non è una questione di scaramanzia, come si diceva, basta guardare i dati. La Virtus ha perso quest’anno lo stesso numero di partite in casa e fuori, in passato ha perso partite decisive con il Palazzetto pieno. Siccome il basket non è come il calcio, tutti noi pochi tifosi della Virtus siamo stati occasionali, perché ci siamo avvicinati ad uno sport che non è immediato e fruibile come il pallone, quindi può succedere a tanti altri, per questo spero che la società abbia il coraggio di portare la squadra al PalaEur.

Cosa manca al basket per avere lo stesso appeal del calcio in Italia?
Manca qualcuno che sia in grado di sfruttare quelle che sono le potenzialità di questo sport, perché è televisivo, è spettacolare, è uno sport dove ti puoi innamorare del singolo oltre che della squadra, anche tra i giocatori ci sono tante storie interessanti da raccontare. Tutte le nazioni nel mondo lo coltivano, quindi questo fa capire quanta potenzialità può avere. In Italia ha avuto un periodo di boom tanti anni fa, ma poi è mancato qualcuno in grado di creare un sistema, anche a livello di federazioni, per poter fare il salto di qualità.

C’è un libro sul basket da consigliare ai lettori?
Consiglio i libri di Charley Rosen, tutti i suoi romanzi sono ambientati nel mondo del basket, lui è un grande conoscitore di questo sport ed ha un’ottima capacità narrativa. Chi legge le sue storie, può godere di una lettura piacevole e costruita con competenza.

 

 

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Leggi anche la news https://sportstory.it/2013/07/virtus-roma-la-squadra-che-non-cera/

 

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