Dal dramma a Sochi: il racconto di Giordano Tomasoni

 

Di Sara Sbaffi

“Lei arriva, prima o poi, per tutti. Dopo una discesa maledetta, dopo noiosa pianura, dietro una curva, tra rocce, asfalti bollenti… paziente aspetta l’arrivo del prossimo, per sfinire, per riempire di speranze e quando diventa all’improvviso insopportabile… cerco in lei la spinta per salirla”.

“Mi spinge la salita” è il primo dei due libri scritti da Giordano Tomasoni, bergamasco atleta della Polisportiva Disabili Valcamonica e azzurro della nazionale paralimpici che ha da poco esordito a Sochi. A quarant’anni Giordano si è cimentato nella scrittura per raccontare alle sue figlie come mai è finito in carrozzina. Un percorso introspettivo per prendere coscienza di quello che era successo e del perché. “Quando soffri di depressione non ti rendi conto – spiega Giordano a Sport Story – Niente mi ha reso più disabile quanto questa malattia”. 

“In una fredda mattina di novembre scavalco la barriera di un ponte con l’intenzione di far finire la sofferenza interiore, o meglio la sofferenza acuta trasformatasi in disperazione, dovuta ad una forma depressiva. Scelgo la morte in alternativa ad una vita che improvvisamente non mi fa più sentire i profumi di un vivere con gioia, senza avere più, un riferimento sensato, ma guidato da una forza irrazionale mi butto nel vuoto con la speranza di scrollarmi di dosso il dolore e scomparire per sempre.

Nella caduta mi esplode una vertebra, la diagnosi è impietosa: paraplegia, nel mio prossimo futuro dovrò fare spazio ad una sedia a rotelle. In un attimo si chiude la porta sul prima e il dopo è un grosso punto interrogativo per tutti gli ambiti che gravitavano intorno a me.

Dalla depressione si guarisce, l’ho sperimentato in prima persona, mentre la disabilità è per sempre, questo il sunto del racconto fino a questo momento”.

Prima del salto nel vuoto che lavori facevi e lo sport che ruolo aveva nella tua vita? 

“A 14 anni ho cominciato ad avere la passione per il lavoro dell’artigiano nella falegnameria di famiglia. I mobili di casa mia li ho costruiti tutto io, anche dei bei oggetti come una scacchiera. Ho sempre avuto la passione per lo sport e soprattutto per la montagna. Anche dopo ho scelto lo sport perché era la cosa che mi mancava di più nei quattro mesi in cui sono stato nell’unità spinale dell’ospedale”.

La creatività non ti manca quindi, come l’amore per lo sport. Hai esordito alle ultime Paralimpiadi di Sochi, che esperienza è stata?

“Dedico metà della giornata all’attività fisica, l’altra metà invece è tutta per le mie figlie. D’inverno pratico lo sci nordico e d’estate faccio handbike. Quella di Sochi è stata un’emozione unica, ho gareggiato per la 15 chilometri di sci nordico tra i primi venti più forti del mondo. E’ stata un’esperienza bellissima nonostante abbia preso parte all’unica edizione in cui l’Italia non ha vinto niente! Nell’aria si sentiva l’ansia da prestazione ma io la nascondevo. Ridevo e scherzavo con atleti delle altre nazioni, per lo più a gesti per via della lingua anche se – ammette Giordano tra il serio e il faceto – argentini e spagnoli capivano il mio dialetto! E il prossimo obiettivo è Rio De Janeiro nel 2016. Vediamo di dare un po’ fastidio a Mauro Cratassa nell’handbike! Fissarsi un obiettivo di così grande portata ti permette di sopportare tutti gli sforzi”.

Il titolo “Mi spinge la salita” può sembrare un controsenso, qual è il significato?

“La salita è qualunque difficoltà, quando sei abituato a vivere nelle certezze dai tutto per scontato e se sei catapultato in un mondo di incertezza la salita è uno stimolo”.

“Esserci può bastare” invece è il tuo secondo libro, di cosa parli?

“E’ il percorso sportivo da quando ho iniziato agonismo da disabile. In particolare qui punto il dito su chi ha la possibilità di avere tutto, può acquistare il materiale più performante e sulle possibili forme di doping. Tante riflessioni su Pantani e Armstrong. E concludo con ipotetiche domande che potrebbero farmi un giorno le mie figlie”.

La tua malattia si chiama depressione, tu ora ne parli nelle scuole, in convegni medici e nei tuoi libri. Ma perché c’è tanta reticenza nell’affrontare l’argomento?

“L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che nel 2020 sarà la malattia più diffusa al mondo. Il problema è l’ignoranza sulla materia. Viviamo in un mondo che non ti permette di far vedere le tue difficoltà, c’è diffidenza a confidarci con qualcuno, a far notare le nostre fragilità. Così ti autocensuri. Eppure è una malattia con profonde radici mediche ma finchè non ci sarà una diagnosi cartacea, come avviene per qualunque altro male, riuscire a parlarne sarà difficile. Ora ho riscoperto il valore dei rapporti umani. E’ come essere di fronte ad una sorgente della vita, nella prima parte della mia vita, quella da normodotato, mi sono preoccupato solo dello strumento che mi serviva per bere, non un bicchiere di plastica ma uno di cristallo, insomma guardavo solo agli aspetti materiali. Nella seconda parte della mia vita invece ho scoperto che l’importante è solo l’acqua.  Ho trovato fiducia anche con la preghiera, senza il perdono non avrei mai fatto pace con la mia coscienza perché il senso il colpa emergeva sempre più forte. La mia intenzione non era provocare dolore agli altri, ma liberarmi dalla mia sofferenza. E finchè avrò fiato parlerò per scardinare la diffidenza che c’è verso questa malattia.

Hai un terzo libro in cantiere?

“Sicuramente sì. S’intitolerà “La verità è una” e parlerà delle ferite che lasciano questi gesti soprattutto quanto si ripercuotono sui tuoi cari. Come il rapporto con mia moglie, a cui ho spezzato il cuore”.



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