Intervista ad Alessandro Bassi, lo storico del calcio tra passato e futuro

Di Fabiola Rieti

Si dice “historia magistra vitae” ed è un’affermazione che vale per tutto ciò che ci circonda, anche per il calcio. Alessandro Bassi, autore del libro “Il football dei pionieri” e pubblicato da Bradipo libri, racconta la sua fatica letteraria in questa intervista andando oltre il passato e puntando lo sguardo verso il futuro.

 

Nel tuo libro “Il football dei pionieri” ripercorri le origini del calcio italiano. Da cosa nasce questo desiderio di ricerca culminato nel libro?
Principalmente dal desiderio di riempire un vuoto. Nessuno aveva mai concentrato l’attenzione su quel determinato periodo, lo si era sempre trattato velocemente e superficialmente. La cosa mi ha sempre stupito e ad un certo punto ho deciso di dedicarmici io, con il mio libro. Ed ho tentato di ricostruire quel mondo attraverso le pagine dei giornali dell’epoca anche e soprattutto per trasmettere ai lettori di oggi la passione e la voglia di futuro che muoveva quei pionieri: giocatori, dirigenti, giornalisti tutti uniti nella “missione” di migliorare il gioco del calcio e di farlo penetrare il più possibile nella società.

Dalle origini alla prima guerra mondiale è la fase embrionale del mondo del pallone in Italia, quando c’è stata la vera esplosione?
La prima, vera, tangibile esplosione del gioco del calcio in Italia si ha con gli anni ’20, nel primo dopoguerra: gli stadi si riempiono, gli articoli sui giornali aumentano, le strutture normative diventano più puntuali e cambia la percezione – e quindi lo “status” – dei calciatori. Aggiungo però che già agli inizi degli anni ’10 il calcio in Italia va incontro ad un primo passaggio importante, quando cioè, da un lato esce dalla nicchia ed inizia ad avere sempre più spazio sui media e dall’altro si scrolla di dosso certi retaggi del mondo ginnastico per diventare compiutamente calcistico. Per dare un riferimento cronologico, nel 1909 la Federazione emana il primo regolamento organico del gioco del calcio e nello stesso anno il quotidiano più importante ed autorevole (non sportivo) il Corriere della Sera dedica un’intera pagina dell’edizione del lunedì al calcio. Sembra niente, ma è rivelatore di quanta strada abbia già percorso il calcio in Italia in poco più di una decina d’anni di attività.

Nel nostro Paese le evoluzioni tecniche e tattiche sono arrivate grazie ad allenatori stranieri, da Garbutt a Weisz, nel corso degli anni si è confermata questa tradizione degli esordi?
Garbutt già nel periodo ante guerra introduce in Italia tecniche di allenamento che fanno scalpore, è innovatore non solo quindi a livello tattico. E’ abituato ai metodi imparati dai lunghi anni trascorsi da calciatore nella First Division inglese. In linea di massima lo studio della tattica appassionava più all’estero che non in Italia, da noi soprattutto sino agli anni ’20 si giocava in maniera “ruspante”, senza discostarsi dall’impostazione mutuata dai racconti dei numerosi inglesi, che lavoravano e giocavano da noi, sulla “piramide di Cambridge”, il famoso 2-3-5. Però non dimentichiamoci di Vittorio Pozzo che grazie alle sue innumerevoli amicizie entrò in contatto con le migliori menti calcistiche europee del suo tempo. Di Pozzo spesso ci si ricorda soltanto dei suoi successi come allenatore della Nazionale negli anni ’30, ma fu – oltre che brillante giornalista – ottimo dirigente e “padre” di alcune riforme molto avanti per i tempi. Basti dire che già nel 1912 lui teorizzava la partecipazione alla massima serie sulla base di meriti sportivi congiunti a fattori economici e di bacino d’utenza.

Le istituzioni e la dirigenza della Federazione che ruolo aveva in passato? Si può fare un confronto con quello che ha ora?
Nel periodo anteguerra esisteva solo la Federazione, non c’era la Lega, per dire. La Federazione decideva tutto: dal format dei campionati alle squalifiche, dagli arbitri alle normative. Era decisionista, come si addiceva ad un Ente di quel periodo. Quindi un confronto con quella attuale è impensabile: oggi all’interno della galassia calcistica italiana vi sono numerose componenti – arbitri, calcatori, Lega, per dirne alcune – che all’epoca non esistevano e che quindi rendono impossibile un confronto.

Il calcio italiano oggi vive un momento di stasi. C’è stato in passato un periodo simile e quali sono gli elementi che hanno lanciato verso la resurrezione?
Più che stasi parlerei di letargo. Un “lungo sonno” che infesta quasi tutti i settori della vita italiana, non solo il calcio. In fondo il calcio italiano di oggi è figlio del suo tempo e della sua patria. Avremmo bisogno di dirigenti illuminati, di una Lega Calcio che ritorni finalmente a “fare calcio” e una Federazione che ritornasse a “fare politica” calcistica di alto livello e se poi questi due soggetti si parlassero e si confrontassero su idee, sogni e progetti sarebbe l’ideale. Credo che la “resurrezione” sia possibile soltanto avendo grandi sogni e grandi progetti. Manca del tutto la progettualità nel nostro calcio. Prendi la Serie A: ha 20 squadre, ma non vi è mai stata una riforma “ragionata” per arrivare a quel numero, ci si è arrivati in forza di una sentenza del Tar. Al netto di ogni valutazione nel merito di quella sentenza e del perché ci si è arrivati – che non mi interessa – manca un soggetto forte che metta sul tavolo una proposta altrettanto forte di riorganizzazione che certamente nel breve periodo andrebbe a danneggiare economicamente alcune realtà, ma nel medio-lungo periodo sarebbe senz’altro di giovamento per l’intero movimento. Banalmente: una serie A a 16 squadre permetterebbe alla Nazionale di avere più tempo, si eviterebbero turni infrasettimanali e non servirebbe iniziare a metà agosto.

Uno storico del calcio come vede l’evoluzione tecnologica nel calcio? E’ possibile e doverosa per crescere?
Sì. In fin dei conti “storia” è studiare come si è evoluto un determinato ambito sociale. Storia ed evoluzione sono strettamente legati. Nello specifico studiare la storia del calcio significa studiarne anche l’evoluzione tecnologica: banalmente il pallone che oggi usa Balotelli non è certo paragonabile a quello che utilizzava cento anni fa Rampini. La ricerca tecnologica nel calcio – come in ogni settore umano – è necessaria perseguirla per migliorare, stando attenti a non dimenticare però tutto ciò che è stato fatto nel passato: il giusto mix di innovazione e tradizione penso sia alla base di ogni successo.

 

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