Storia del calcio: Lo scudetto revocato del 1927

Tratto da http://barfrankie.altervista.org
A cura di Joan Leo

Ai primi di ottobre del 1926 iniziava il campionato, un torneo dal destino segnato. Intanto era il primo che si disputava su base nazionale, nel senso che era diviso in due gironi formati non più con criteri geografici bensì unendo in ciascuno squadre del nord, del centro e del sud. Le prime tre di ciascun girone si sarebbero infine contese lo scudetto in un girone finale con partite di andata e ritorno. A quel girone finale parteciparono la Juventus, l’Internazionale, il Genoa, il Bologna, il Torino e il Milan. Ma quel campionato viene ancor oggi ricordato per un altro motivo, ben più inquietante, ed è facilmente individuabile dando una letta all’albo d’oro della serie A, poiché sino ai fatti di “calciopoli” del nostro tempo, fu l’unico campionato che non venne vinto da nessuno, unico scudetto mai assegnato.
Tutto ruota attorno al derby di Torino del 5 giugno. Al momento del “fattaccio”, il Torino era in testa alla classifica con 10 punti, seguito da Bologna e Juventus a 7, dunque partita fondamentale per le due torinesi. Parte bene la Juventus che controlla gli attacchi del Torino e segna per prima con Vojak a fine primo tempo. Nella ripresa, però, il Torino riesce prima a pareggiare con un gran tiro su punizione di Balacics, con il pallone che riesce ad infilarsi tra le gambe di Rosetta, e verso la mezzora ad andare sul definitivo vantaggio e quindi a vincere la partita. Con quella vittoria il Torino porta a 5 i punti di vantaggio sulla Juventus e mantiene il Bologna a distanza di sicurezza. E così sarà sino alla fine, con i granata che vinceranno il campionato senza mai perdere una partita nel girone finale, con due punti di vantaggio su Bologna. Tutto bene? In un primo momento sì. Ma quelli erano anni convulsi nel calcio italiano.
Allemandi è uno dei protagonisti di questa clamorosa vicenda. In estate il giornale romano “Il Tifone” esce con un articolo dirompente a firma di Renato Ferminelli, nel quale in buona sostanza si ricostruisce una torbida vicenda appresa dallo stesso giornalista in modo del tutto fortuito.

 

Ferminelli, che per svolgere il suo lavoro di cronista a Torino dimora in una pensione in piazza Madonna degli Angeli, racconta di un alterco avvenuto in una camera accanto alla sua, più precisamente nella camera del giovane difensore della Juventus Allemandi. E cosa sente, origliando garbatamente, il giornalista? Sente la voce di uno studente siciliano, tale Gaudioso, dire  ad Allemandi che Nani, dirigente del Torino, non intende pagargli la seconda metà di quanto pattuito, poiché la vittoria nel derby il Torino l’ha ottenuta da solo e non – come concordato – con il suo aiuto, poiché il giocatore della Juventus un po’ da tutti i cronisti venne riconosciuto come uno dei migliori in campo. Allemandi perde le staffe, inizia ad urlare e Ferminelli inizia a prendere appunti. A quel punto al giornalista viene facile ricostruire tutta la vicenda: Nani, poco prima del derby del 5 giugno, avvicina questo studente per prospettare ad Allemandi un’offerta di accomodamento della partita dietro il versamento della faraonica cifra di 50.000 £, di cui 25.000 £ subito e il restante alla fine.
Ovviamente la notizia suscita scandalo e muove immediatamente la Federazione, con Arpinati in persona, gerarca fascista e presidente del Direttorio Federale, che “raccomanda” prudenza e silenzio e così sulla vicenda calò l’oblio. E iniziò l’indagine federale, affidata al braccio destro di Arpinati, il segretario della Federazione Giuseppe Zanetti, al termine del quale il Direttorio il 6 novembre 1927 revocò lo scudetto al Torino, sciolse il Consiglio della società torinese e squalificò a vita Allemandi, poi amnistiato otto mesi dopo. La “pistola fumante” fu rinvenuta da Zanetti durante un sopralluogo nella camera di Allemandi laddove vennero trovati dei pezzetti di carta in un cestino che, ricomposti, riportarono alla luce una lettera in cui Allemandi lamentava il mancato pagamento della somma pattuita. Successivamente vennero interrogati tutti i protagonisti della vicenda, il solo Nani confessò mentre il giocatore non disse mai nulla.

 

Alla fine di tutto, la certezza di come andarono realmente le cose non ci fu e non c’è. Anche la lettera rinvenuta nella camera di Allemandi di per sé dimostra poco. La sensazione è che quello scandalo fu di proporzioni ben maggiori di quanto si sia voluto dire e le stesse dichiarazioni che Arpinati rilascia il 7 novembre a “La Gazzetta dello Sport” e che Carlo F. Chiesa riporta nel La grande storia del calcio italiano. Dichiarazioni che sono rivelatrici, soprattutto quando risponde al giornalista che gli chiede se il titolo verrà assegnato al Bologna: “Assolutamente no. Il risultato dell’inchiesta è tale che ho riportato l’impressione precisa che talune partite abbiano falsato il campionato”.
Ancor più chiara è la sentenza emessa il 21 novembre 1927, che fa riferimento ad altri giocatori (gli juventini Munerati e Pastore) e ad un giro di scommesse, con la netta sensazione che altri nomi siano stati appositamente coperti:
“Il Direttorio federale conferma le precedenti decisioni e squalifica a vita Luigi Allemandi, della cui colpevolezza è stata pienamente raggiunta la prova; richiama il giocatore Munerati a una più esatta comprensione dei suoi doveri in quanto un calciatore tesserato non può accettare doni di qualsiasi entità o natura da iscritti ad altre società; deplora e proibisce il malcostume delle scommesse anche di lieve cifra, specie quelle tenute contro le sorti dei propri colori e ammonisce per questa trasgressione il giocatore Pastore, lieto di constatare come l’episodio che ha dato luogo alle accennate sanzioni sia circoscritto a un solo giocatore e non possa quindi gettare ombra né onta sulla grande massa dei calciatori italiani”.
Chiaramente tali parole portarono subito alcuni giornali a pensare seriamente che Allemandi in quella vicenda non soltanto non fosse l’unico protagonista, ma che fosse stato solo un “complice”, un prestanome giovane usato per coprire magari un giocatore ben più famoso ed anziano. Ovviamente tutti gli indizi portano a quel giocatore sotto le cui gambe passò il pallone del pareggio nel derby del 5 giugno, cioè Rosetta, ma comunque siano andati realmente i fatti, caro Frankie, ormai nessuno lo sa e nessuno potrà più raccontarlo.

 

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