Maradona, un film di Emir Kusturica

Di Marco Dal Pozzo

Quando si trovò a scegliere se giocare nel Boca Junior o nel River Plate che gli offriva molti più soldi, Maradona scelse di giocare coi Boquenses per realizzare il suo sogno da bambino e onorare i suoi sacrifici, non per affrancarsi dalla povertà. Così Emir Kusturica svela un po’ di Maradona, parlando della differenza tra cultura occidentale e quella “Argentino-Balcanica”: la povertà – dice – è motivo di imbarazzo per la prima, indice di sofferenza per la seconda. Ecco spiegata la sintonia tra Kusturica e Maradona, una chimica che si può quasi toccare guardando questo film-documentario, Maradona, in cui Emir non è solo regista; e Diego è molto, molto più dell’attore protagonista.

Dal racconto di Maradona viene fuori la storia dell’eroe che ha incarnato sul campo di calcio la rivoluzione dei suoi idoli politici, il Che e Fidel Castro, di cui mostra orgoglioso i tatuaggi: in Italia è stata la rivalsa del sud sul nord, in una sfida nemmeno proponibile prima dell’arrivo di Diego a Napoli; a livello mondiale – questo è il motivo che accompagna lo spettatore per tutta la pellicola – è stata una guerra contro l’imperialismo occidentale: una guerra poi vinta col Mondiale di Messico ’86, quello della Mano de Dios e del gol del secolo contro l’Inghilterra, arrivato con un’azione partita dalla propria metacampo driblando gli avversari (che, poi, nelle vignette proposte da Kusturica, assumono via via le sembianze della Regina Elisabetta, della Tatcher, di Blair, di Reagan e di Bush). Come dice anche a Maradona: “Quando passavo la metà campo – come fu per il memorabile gol a Shilton -, lì comandavo io”.

E’ difficile capire cosa sia Maradona, dice lo stesso Kusturica. Due, però, sono le chiavi di lettura rintracciabili in questa ora e mezza di documentario: una mistica ed un’altra più terrena; entrambe decisamente sfiziose. In effetti ce n’è anche una terza, che vede Diego paragonato ai personaggi di altri film, parte del background del regista slavo.

L’esistenza di una Chiesa Maradoniana rende al personaggio una dimensione religiosa ma, credo, anche farsesca: nel simulacro che rappresenta questa chiesa, spiega il “sacerdote”, il pallone è il sacrificio di Diego per il Calcio, il filo spinato è il campo. In questa chiesa, insieme con la bibbia, c’è il rosario – fatto di 34 palline e uno scarpino (perché 35 sono i gol di Maradona con la casacca della nazionale argentina) – ci si sposa e si recita un curioso padre nostro:

Diego Nostro che sei nei campi,

sia santificato il tuo sinistro,

venga la tua magia,

siano ricordati i tuoi gol

come in Cielo così in Terra.

Dacci la nostra gioia quotidiana,

rimetti ai giornalisti i loro debiti

come noi li rimettiamo alla mafia napoletana

e non ci indurre in tentazione

ma liberaci da Joao Havelange,

Diego

Uscendo dalla farsa, usando le parole di Kusturica, si deve riconoscere che proprio la “religione di Diego” ha dato la forza a Claudia, la moglie, di farlo uscire dal dramma in cui si era costretto con le sue tante debolezze.

La potenza di Maradona sulla terra è, invece, nella strana ma affascinante intuizione che Kusturica rivela dopo la visita al club Cocodrilo: l’influenza del gioco di Maradona – conclude Emir alla fine di un ragionamento tra lo psicologico e il filosofico – è il terzo istinto primordiale che guida l’umanità (dopo il primo, quello di Jung della sopravvivenza, e il secondo, quello di Freud della riproduzione della specie). Il gestore del Cocodrilo, Omar, racconta a Kusturica che quando nelle TV del suo locale passano i gol di Maradona, tutto si ferma; le ragazze addirittura gli chiedono di spegnere i megaschermi perchè gli uomini non le guardano più! Insomma: cibo, sesso e Maradona. Con Maradona che vince sul sesso. Incredibile.

Ma forse il modo migliore per sapere di lui è ascoltare le parole de “La Mano de Dios”, malinconica e struggente canzone, e guardare gli occhi tristi di Diego mentre la canta.

“Io sono la mia colpa e non posso rimediare”. Diego questo lo sa. Ma, allo stesso tempo, come nell’immagine in bianco e nero del bimbo con la numero 10 che proprio non ne vuol sapere di far cadere il pallone per terra mentre lo palleggia di testa camminando all’indietro, Diego sicuramente non molla.

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