Il pallone del tiranno, storie di calcio e dittature

Di Marco Dal Pozzo

E’ un’antologia di romanzi quella offertaci da Franco Bungaro, Nello Governato, Giuliano Musi e Carles Santacana in “Il Pallone del Tiranno“: una serie di racconti memorabili, le vite di personaggi mitologici, che hanno lasciato un segno profondo nella storia del calcio; uomini a loro volta segnati, anche a costo della vita, dalla pazzia dei regimi fascisti, nazisti e comunisti con cui si sono trovati a fare i conti negli anni delle loro leggendarie carriere sportive. Uno sport, il calcio, che per alcuni ha anche voluto dire salvezza.

A Bologna c’era Arpinati, ideatore della Bologna sportiva, fascista, “trucidato da una banda di partigiani fuori controllo il giorno dopo la liberazione della città”. A Bologna allenava Weisz, che al Bologna fa vincere lo scudetto che interrompe la serie quinquennale della Juventus; lui, ebreo, deportato ad Auschwitz, muore “dopo un anno e mezzo di sofferenze indicibili”. Ancora del Bologna era Dino Fiorini, il “conte spazzola”, impegnato nel partito fascista e poi fucilato. Infine Rino Pagotto: lui, fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 Settembre, riesce, ormai sfinito, sotto un Colbacco dell’Armata Rossa e dentro un paio di scarponi da pieno inverno russo, a fare “il più dolce rientro a casa della sua vita”.

Poi viene Matthias Sindelar, trascinatore dell’Austria nella “partita dell’addio”, quella in cui la Germania e l’Austria sarebbero diventate un’unica squadra, la nazionale del terzo Reich: 2-0 per gli austriaci con un suo gol e le sue “braccia lungo i fianchi” nel saluto finale al centro del campo che invece il protocollo avrebbe voluto “nazista”. La sua storia di uomo che non si piegò al regime finisce nel Gennaio del 1939: agenti della Gestapo trovano i corpi senza vita di Matthias e della sua amata Camilla sul letto del loro appartamento. La voce popolare parlò di assassinio: i nazisti, si disse, avevano voluto annientare il suo universale messaggio di speranza e solidarietà.

Nikolai Starostin fu, invece, in Unione Sovietica, il simbolo della squadra del popolo, lo Spartak Mosca, incarnando, nelle sfide alle Dinamo del “sistema” comunista, “la lotta tra il contorto dover essere dello spirito del socialismo e la carne della classe operaia”. Venne arrestato, insieme al fratello e ad altri compagni di squadra, con un’accusa tanto fantasiosa quanto, paradossalmente, salvifica: propaganda a favore dello sport borghese. L’accusa originaria, poi caduta, di aver ordito un complotto per assassinare Stalin, avrebbe significato per lui la morte; la colpa di aver importato il “WM” gli costò, invece, soltanto dieci anni di lavori forzati, poi alleviati da alcuni trattamenti di favore che gli furono riservati nei campi da parte dei generali, ansiosi di affidare le loro disgraziate “squadre locali” ad un allenatore d’eccezione. Starostin, quindi, viene fuori vivo dal regime comunista. Muore sulla soglia dei cent’anni nell’anno in cui il suo Spartak avrebbe vinto uno scudetto, nel ’96.

L’ultima storia è quella del mitico Alfredo Di Stefano, la Saeta Rubia: conteso tra Barcellona, “coscienza repubblicana e catalanista della popolazione”, e Real Madrid, “coscienza monarchica”, poi finisce, come tutti sanno, nella squadra della capitale. Vittima delle manovre politiche del regime franchista, sotto la presidenza di Santiago Bernabeu (quello che dà il nome allo stadio e che si faceva vanto di aver partecipato all’ingresso delle truppe franchiste a Barcellona nel Gennaio del 1939), Di Stefano divenne un formidabile strumento di propaganda ma, al tempo stesso, protagonista di un ridicolo tira e molla che non fa onore al suo immenso talento.

Come quella in copertina, queste storie sono delle foto in bianco e nero. Dolci e struggenti. Ricche di un fascino al quale è difficile resistere.

Editore: SEI Edtrice
Pagine: 267 | 15 Euro

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One Response to Il pallone del tiranno, storie di calcio e dittature

  1. IL PALLONE DEL TIRANNO | Catalogo Varia | SEI Editrice | Testi scolastici per la scuola secondaria di primo e secondo grado. scrive:

    […] Leggi la recensione su Sport Story, 5 gennaio 2015: clicca qui […]

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