Made in England

Di Sara Sbaffi

Un sabato romano all’insegna del calcio Made in England. Il 4 dicembre, presso la Biblioteca dello Sport in piazza della libertà, continua il percorso di “Sfera” per avvicinarsi al prossimo Festival nazionale della cultura del calcio che la Fondazione Gabriele Sandri sta organizzando per il prossimo anno, oltre al primo premio di letteratura calcistica intitolato a Gabriele Sandri. L’appuntamento ha visto protagonista il calcio d’Oltremanica con l’esposizione di una ricca collezione di maglie della nazionale e dei club inglesi, riviste e libri sul football britannico, il magazine “Fever Pitch” e gli oggetti più vari, come vecchi biglietti dello stadio, sciarpe e riproduzioni in miniatura dei calciatori. La giornata si è conclusa con la presentazione del libro “London Calling” da parte di uno degli autori, Max Troiani. Il co-autore, assente all’evento, è Luca Manes. Gli organizzatori della mostra, Riccardo Morgigno, ideatore del programma tv “Come una seconda pelle” e conduttore radiofonico su Teleradiostereo e Francesco Del Vecchio, responsabile del sito “passionemaglie.it”, hanno spiegato la particolarità del calcio in Inghilterra: “Uno degli aspetti emblematici del calcio inglese sono le maglie e le loro storie. Affondano le radici nella seconda metà del XIX secolo ed è viva più che mai la loro memoria grazie ai tanti appassionati che per ogni squadra hanno ricostruito l’evoluzione delle divise, creando un patrimonio straordinario per tutto il movimento calcistico d’Oltremanica. In questo filone si inserisce il libro ‘True Colors’ di John Devlin, che in particolare si sofferma sull’evoluzione dei football kits dal 1980 ad oggi”. Le maglie esposte sono tante e riempiono tutto lo spazio della biblioteca, dal Liverpool al Chelsea, dal Birmingham al Charlton, passando per Aston Villa, Arsenal, Newcastle, Hull City, Leeds, Nottingham Forest e due angoli dedicati a West Ham e Manchester United. Oltre ad un’ampia selezione di maglie home ed away della nazionale inglese degli ultimi 20 anni. Riccardo Morgigno, collezionista ed esperto di maglie ha una grande passione per il football anglosassone: “Dietro ognuna di queste maglie ci sono tanti ricordi. Alcune sono state acquistate, altre sono dei regali, poi ci sono oggettini vecchi di 20 anni. La maglia è la squadra. I colori rappresentano la sua identità, l’espressione di una comunità che si crea. Soprattutto nel calcio inglese la maglia e i colori distinguono la cultura del made in England, formano una memoria storica che nel nostro calcio non c’è”. Guarda le foto dell’evento qui

“London Calling” e Max Troiani risponde

Di Fabiola Rieti

La Fondazione Gabriele Sandri continua nel suo percorso alla scoperta della letteratura calcistica con un occhio attento alla memoria storica di questo splendido mondo. Con questi presupposti l’incontro sfera di sabato 3 dicembre è stato dedicato alla presentazione del libro “London Calling” di Max Troiani e Luca Manes con la prefazione di Massimo Marianella, edito da Bradipo Libri. Il testo ripercorre la storia dell’Arsenal e di un secolo e mezzo di football all’ombra del Big Ben, tra derby, partite, vittorie e sconfitte. Uno degli autori, Max Troiani, spiega come è nata l’idea di affrontare questo argomento: “In Italia non c’era un libro che raccontasse la storia dei Gunners e qui si ripercorrono molti episodi, aneddoti e situazioni che si collegano anche con le altre squadre di Londra, che sono tantissime circa 9 solo nelle quattro divisioni”. In realtà, però, lo scrittore non è un semplice osservatore, ma un vero tifoso dei rossibianchi e questo colpo di fulmine ha origini lontane nel tempo: “Mi sono appassionato al calcio inglese dal 1980 leggendo riviste sportive come “Calcio Mondo”. In quell’anno, la Juventus venne sorteggiata con l’Arsenal, era la semifinale di Coppa delle Coppe e una di queste riviste aveva fatto un servizio favoloso con tutti i giocatori a colori, da lì mi sono innamorato. Mi piaceva vedere oltre come giocavano, palla avanti senza troppe tattiche, anche le tribune degli stadi dove c’erano movimenti che attraevano. Rimasi incantato a guardare quelle immagini, avevo 11 anni, oggi con internet ne siamo pieni. Negli anni ’80 dovevo aspettare il mercoledì per sapere i risultati del sabato. Era un’altra epoca e questa passione mi ha accompagnato per l’adolescenza e oltre. L’Arsenal, però mi ha lasciato qualcosa dentro che ho voluto raccontare”. La macchina del tempo, dal passato al futuro, è stata rappresentata dalla costruzione del nuovo stadio, un momento che i tifosi hanno vissuto come un passaggio obbligato per crescere: “All’inizio è stato un bel colpo, perché chi conosce il calcio conosce Highbury, rispecchiava l’Arsenal. Solo chi c’è stato, però sa che si vedeva la partita benissimo, ma si stava scomodi e quando si spende 50-60 sterline a partita è una cosa importante. Quindi hanno costruito l’Emirates Stadium, a 500 metri dal vecchio, con i soldi della cessione per la costruzione dei residence ad Highbury. La fermata metro è rimasta la stessa Arsenal, credo sia stato fatto proprio il massimo, ma io faccio sempre un pellegrinaggio davanti al vecchio stadio”. Una breve annotazione anche sul modo in cui il calcio inglese ha risposto al problema della violenza e sul marketing della società dalla membership per premiare la fedeltà dei tifosi alla solidarietà: “I costi si sono alzati e questo ha impedito alla working class di accedere agli impianti, ma gli stadi sono sempre pieni e a ragion veduta è stata una scelta premiante. Non è una bella cosa, perché si è persa la parte genuina. Con card si possono acquistare i biglietti e spesso a fine hanno i tifosi sono consigliati a donare una somma per fare beneficienza”. Il titolo non è un richiamo ad una canzone, ma una semplice sensazione dell’autore: “Ho scelto questo titolo per dare uno spaccato più personale, rispetto al libro e farlo capire ai lettori, perché io sento il richiamo della città di Londra ed è quello che sento ogni volta”. L’Arsenal vanta in Italia un numero importante di fan club e di appassionati del calcio inglese. Quello che emerge è che nel nostro Paese c’è ancora molto da fare per arrivare ai livelli di tolleranza, di valori morali  e calcistici che caratterizzano il football e in una sede come quella della Fondazione Sandri si sente ancora più forte il ritardo con cui il nostro mondo del pallone si propone.