“London Calling” e Max Troiani risponde

Di Fabiola Rieti

La Fondazione Gabriele Sandri continua nel suo percorso alla scoperta della letteratura calcistica con un occhio attento alla memoria storica di questo splendido mondo. Con questi presupposti l’incontro sfera di sabato 3 dicembre è stato dedicato alla presentazione del libro “London Calling” di Max Troiani e Luca Manes con la prefazione di Massimo Marianella, edito da Bradipo Libri. Il testo ripercorre la storia dell’Arsenal e di un secolo e mezzo di football all’ombra del Big Ben, tra derby, partite, vittorie e sconfitte. Uno degli autori, Max Troiani, spiega come è nata l’idea di affrontare questo argomento: “In Italia non c’era un libro che raccontasse la storia dei Gunners e qui si ripercorrono molti episodi, aneddoti e situazioni che si collegano anche con le altre squadre di Londra, che sono tantissime circa 9 solo nelle quattro divisioni”. In realtà, però, lo scrittore non è un semplice osservatore, ma un vero tifoso dei rossibianchi e questo colpo di fulmine ha origini lontane nel tempo: “Mi sono appassionato al calcio inglese dal 1980 leggendo riviste sportive come “Calcio Mondo”. In quell’anno, la Juventus venne sorteggiata con l’Arsenal, era la semifinale di Coppa delle Coppe e una di queste riviste aveva fatto un servizio favoloso con tutti i giocatori a colori, da lì mi sono innamorato. Mi piaceva vedere oltre come giocavano, palla avanti senza troppe tattiche, anche le tribune degli stadi dove c’erano movimenti che attraevano. Rimasi incantato a guardare quelle immagini, avevo 11 anni, oggi con internet ne siamo pieni. Negli anni ’80 dovevo aspettare il mercoledì per sapere i risultati del sabato. Era un’altra epoca e questa passione mi ha accompagnato per l’adolescenza e oltre. L’Arsenal, però mi ha lasciato qualcosa dentro che ho voluto raccontare”. La macchina del tempo, dal passato al futuro, è stata rappresentata dalla costruzione del nuovo stadio, un momento che i tifosi hanno vissuto come un passaggio obbligato per crescere: “All’inizio è stato un bel colpo, perché chi conosce il calcio conosce Highbury, rispecchiava l’Arsenal. Solo chi c’è stato, però sa che si vedeva la partita benissimo, ma si stava scomodi e quando si spende 50-60 sterline a partita è una cosa importante. Quindi hanno costruito l’Emirates Stadium, a 500 metri dal vecchio, con i soldi della cessione per la costruzione dei residence ad Highbury. La fermata metro è rimasta la stessa Arsenal, credo sia stato fatto proprio il massimo, ma io faccio sempre un pellegrinaggio davanti al vecchio stadio”. Una breve annotazione anche sul modo in cui il calcio inglese ha risposto al problema della violenza e sul marketing della società dalla membership per premiare la fedeltà dei tifosi alla solidarietà: “I costi si sono alzati e questo ha impedito alla working class di accedere agli impianti, ma gli stadi sono sempre pieni e a ragion veduta è stata una scelta premiante. Non è una bella cosa, perché si è persa la parte genuina. Con card si possono acquistare i biglietti e spesso a fine hanno i tifosi sono consigliati a donare una somma per fare beneficienza”. Il titolo non è un richiamo ad una canzone, ma una semplice sensazione dell’autore: “Ho scelto questo titolo per dare uno spaccato più personale, rispetto al libro e farlo capire ai lettori, perché io sento il richiamo della città di Londra ed è quello che sento ogni volta”. L’Arsenal vanta in Italia un numero importante di fan club e di appassionati del calcio inglese. Quello che emerge è che nel nostro Paese c’è ancora molto da fare per arrivare ai livelli di tolleranza, di valori morali  e calcistici che caratterizzano il football e in una sede come quella della Fondazione Sandri si sente ancora più forte il ritardo con cui il nostro mondo del pallone si propone.